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Capire il passato per edificare loggi. Larchitettura integrale di Gregotti
Stefano Bucci
Corriere della Sera 8/7/2018

Ho appena consegnato le bozze di Architettura, città e storia che uscirà per Archinto e dei Racconti del progetto che usciranno per Skira. Poi? Niente più libri, ne ho scritti più di trenta, sono davvero troppi. Nellintervista al Corriere della Sera, in occasione dei suoi novantanni (pubblicata il 7 agosto 2017) Vittorio Gregotti aveva dichiarato, dunque, di non aver più tanta voglia di scrivere libri. Anche se forse parlava solo di libri di architettura perché nella testa del professore cè già, da tempo, lidea di qualcosa di più personale, un nuovo diario intimo alla maniera di Recinto di fabbrica (Bollati Boringhieri, 1996), delicata e intrigante storia della sua gioventù, tra i capannoni della fabbrica di famiglia, a Novara, dove è nato il 10 agosto del 1927.

I racconti del progetto che arrivano ora in libreria (Skira, pp. 160, e 19,50, con uno scritto di Guido Morpurgo) dimostrano che lidea di progetto di Vittorio Gregotti continua essere in piena evoluzione e che, con tutta probabilità, ci saranno atri saggi e altre riflessioni su carta (spesso complessi e talvolta controversi). Questa raccolta di scritti (molto tecnici, molto da addetti ai lavori) ruota attorno al dubbio su come si possano raccontare oggi i diversi processi di costituzione di un progetto di architettura. Perché anche la semplice esistenza di un muro, come quello in difesa delle città o, invece, come quello della Grande Muraglia cinese, del muro tra Est e Ovest Berlino, oggi demolito, o delle mura che dividono palestinesi ed israeliani, o ancora di quelle che gli europei erigono contro gli immigrati, può divenire architettura. Proprio per questo, al racconto semplicemente architettonico, si deve contrapporre, di volta in volta, quello più politico, più sociale, più economico, più filosofico. Un racconto, comunque, necessariamente complesso e articolato, perché complessa e articolata è sempre più larchitettura contemporanea.

A vincere, ancora una volta, è lidea di progetto integrale, quella da sempre amata da Vittorio Gregotti, celebrata dalla recente mostra del Pac di Milano (chiusa lo scorso febbraio e che presto andrà a Lisbona) che ha guidato il visitatore allinterno del Territorio dellarchitettura disegnato da Gregotti: dalle opere degli anni Cinquanta, attraverso i progetti antropogeografici degli anni Settanta (come le università di Firenze e della Calabria) e quelli per le città europee degli anni Ottanta (come Berlino e il centro culturale di Belém a Lisbona), fino ai progetti più recenti in Africa e Pujiang in Cina.

Ed è la stessa architettura appena analizzata nel volume di Alberto Aschieri Architettura dellantropogeografia (Maggioli, pp. 1.006, e 75), vero e proprio itinerario fotografico (con tanto di note) nel mondo di Gregotti. Quella davvero autentica, almeno secondo Vittorio Gregotti, capace di riflettere su se stessa, di partire dal ragionamento sulla storia per edificare il presente. Che sa raccontare i suoi progetti alla maniera, in qualche modo, dellItalo Calvino delle Lezioni americane: Il lavoro di scrittore, e qui potremmo dire legittimamente anche quello dellarchitetto così conclude Gregotti il suo libro deve tener conto dei due tempi diversi: il tempo di Mercurio e il tempo di Vulcano, un messaggio di immediatezza ottenuto a forza di aggiustamenti pazienti e meticolosi e unintuizione che, dopo essere formulata, assume la definitività di ciò che non poteva essere altrimenti.

Alla fine, quale immagine dellarchitettura si può ricavare oggi dal suo racconto, politico, sociale, economico, filosofico o semplicemente tecnico che sia? Quello, è sempre lopinione di Gregotti, della clinica psichiatrica costruita nel 2009 da Frank Gehry a Las Vegas (la Cleveland Clinic Lou Ruvo Center for Brain Health): È il ritratto di ciò che resta dellarchitettura, una rovina che mantiene una continuità della sua facciata metallica fatta di superfici sovrapposte. Perché proprio dietro quella strana facciata metallica, secondo Gregotti, si nasconde la confessione di un grande architetto del definitivo crollo di una millenaria pratica artistica o della sua adesione estrema di fronte alla condizione del presente.




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