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Formazione e tutela del patrimonio culturale, un filo spezzato da riannodare
Giuliano Volpe
The Huffington Post 16/7/2018

Un anno fa (era il 12 luglio 2017), in una riunione congiunta del Consiglio superiore beni culturali e paesaggistici" del Mibact (allora c'era anche la T di turismo) e del Consiglio universitario nazionale del Miur, alla presenza dei due rispettivi ministri Dario Franceschini e Valeria Fedeli, si avviò un lavoro molto importante per riannodare in maniera sistematica il rapporto tra due ministeri che solo fino a 40 anni fa erano un tutt'uno. In questi 40 anni, tranne casi singoli di ottima e proficua collaborazione, spesso legati ai buoni rapporti personali tra un docente universitario e un soprintendente o un funzionario, i due mondi si sono troppo spesso ignorati, quando non si sono anche contrapposti.

Si diede vita a un gruppo di lavoro paritetico, che ha operato per molti mesi per elaborare proposte per sviluppare una visione integrata del patrimonio culturale. La formazione, la ricerca, la tutela, la valorizzazione, la comunicazione, la gestione sono, infatti, componenti di un'unica filiera che pur con le evidenti specificità di ciascun elemento e le competenze specifiche di ogni attore coinvolto, necessita di una visione organica e unitaria e richiede una forte integrazione tra i due soggetti principali coinvolti, Mibac e Miur, cui sarebbe opportuno associare anche le Regioni e gli Enti Locali oltre all'articolato mondo delle professioni, delle fondazioni, delle associazioni e delle imprese private.

Gli elementi principali di tale lavoro hanno riguardato la necessità di una revisione-manutenzione dell'offerta formativa universitaria nel campo del patrimonio culturale a partire dalla definizione di precise figure professionali (archeologi, architetti, storici dell'arte, demoetnoantropologi, bibliotecari, archivisti, antropologi fisici, professioni museali) e la sperimentazione di forme di collaborazione sistematica tra università e uffici del Mibac. Oltre a fare riferimento ai lavori in corso a cura della Direzione generale educazione e ricerca per la definizione delle figure professionali definite dalla legge n.110/2014, purtroppo ancora oggi non tradotte in un decreto ministeriale, sono stati ripresi, soprattutto grazie all'apporto di un grande economista della cultura come Massimo Montella, i risultati di una commissione istituita anni fa (e come spesso accade rimasti in un cassetto), e, in coerenza con le recenti indicazioni di Icom Italia, sono state per la prima volta definite in dettaglio le varie professioni museali, chiarendo con forza che per dirigere un museo moderno sono necessarie ma non sufficienti le competenze disciplinari (archeologiche, storico-artistiche, storiche, ecc.): servono anche competenze di economia gestionale, diritto, organizzazione, comunicazione, marketing, ecc.

La Commissione ha proposto di dar vita a realtà integrate territoriali tra i due Ministeri, veri caposaldi di una nuova stagione di cooperazione e di forte integrazione tra formazione, ricerca, tutela, valorizzazione. Si tratterebbe delle "UnITe PC" = Unità integrate territoriali per il patrimonio culturale (indicate con una formula volutamente "provocatoria", i "policlinici del patrimonio culturale"), nelle quali sviluppare, su specifici progetti comuni, la collaborazione tra docenti, ricercatori, tecnici, funzionari, con la condivisione di laboratori, biblioteche, strumentazioni e l'integrazione di competenze e di professionalità, a tutto vantaggio in particolare degli studenti, cioè i futuri funzionari o i liberi professionisti, che svolgerebbero la propria attività formativa collaborando concretamente alle attività delle varie istituzioni culturali.

Si potrebbero elaborare, così, precisi progetti comuni (ad es. attività di classificazione, schedature, studio di materiali, ricognizioni territoriali, scavi, allestimenti museali, mostre, sistemazione di archivi, progetti di digitalizzazione, ecc.), impiegando in soprintendenze, musei, parchi, archivi, biblioteche, ecc., gli studenti dei vari cicli, opportunamente formati e con la guida di docenti, ricercatori, soprintendenti, direttori, funzionari, in modo da svolgere varie attività sul campo, in laboratorio o nei rapporti con il pubblico. Ovviamente il coinvolgimento di studenti non deve intendersi né come concorrenziale con il lavoro di liberi professionisti né come creazione di nuovo precariato.

A tale proposito si potrebbe valorizzare in particolare il ruolo delle Scuole di Specializzazione, un'importante peculiarità italiana, il cui assetto andrebbe rivisto, qualificandole maggiormente, stabilendo standard omogenei nazionali e sistemi di accreditamento e valutazione, con docenti di alto profilo, eventualmente anche grazie ad accordi inter-ateneo. Con l'auspicio che, come in campo sanitario, anche gli specializzandi dei beni culturali possano avvalersi di borse di studio in modo da poter svolgere parte del loro lavoro (retribuito) nelle strutture centrali e periferiche del Mibac (soprintendenze, musei e parchi, biblioteche e archivi, istituti centrali, ecc.).

Al termine di quei lavori, una relazione, con corposi allegati, fu consegnata ai due ministri e si elaborò una bozza di un accordo tra i due ministeri (consultabile sul sito del Mibac). Poi sono arrivate le elezioni del 4 marzo con lo tsunami negli assetti politico-parlamentari e la proposta è rimasta ferma negli uffici di gabinetto.

C'è da augurarsi ora che i due nuovi ministri, Alberto Bonisoli e Marco Bussetti, vogliano riprendere quel lavoro e se, come ci auguriamo, riterranno indispensabile favorire un rapporto di collaborazione sistematica e non occasionale tra due ministeri così importanti per il nostro Paese, sottoscrivano quell'accordo e avviino una nuova fase, superando una frattura anacronistica, che non ha alcun senso e che provoca danni tanto alla formazione e agli sbocchi lavorativi dei professionisti dei beni culturali, quanto al nostro stesso patrimonio.



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