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La politica culturale, strumento da rafforzare
Antonio Armellini
https://www.corriere.it/opinioni/18_agosto_10/politica-culturale-e03e8500-9c0c-11e8-928f-aca0fa0687a

Che lItalia abbia una proiezione internazionale debole è un dato di fatto, aldilà delle affermazioni retoriche e delloccasionale tentazione di battere i pugni sul tavolo, che la debolezza finiscono per metterla in risalto. Unitamente a una sorta di complesso di Calimero che spinge a sottovalutare i punti di forza che pure esistono: quanti ricordano che il nostro è il secondo paese manifatturiero ed esportatore in Europa?
Quando si ha una proiezione debole, si devono mettere in campo tutti i rimedi possibili.
La domanda di arte e cultura rivolta allItalia è pressoché illimitata: non si tratta solo dellovvia seduzione dei luoghi; o della ricchezza di gallerie, musei e luoghi storici; o della magia del lusso e del design; o della lingua, che non è più quella dellemigrazione di un tempo ed è diventata veicolo privilegiato di conoscenza musicale e letteraria.
E linsieme di tali fattori, in cui si assommano consapevolezza del passato, capacità di innovazione, coscienza critica e disincantata visione delle cose, che aiuta a compensare agli occhi di quanti da fuori ci guardano, molte delle carenze sulle quali volentieri ci arrovelliamo. Non tutte naturalmente, ché i problemi esistono e non basta il pensiero della terra dove fioriscono i limoni a cancellarli, ma la cultura come strumento ragionato di soft power può svolgere un ruolo prezioso.
Con una azione aggressiva e ricca di risorse, la Francia tiene in piedi una grandeur politica e linguistica che altrimenti annasperebbe. Lo stesso fa la Gran Bretagna, per non parlare della Spagna che nelluso politico della cultura ha ormai preso il largo. In Italia, ci muoviamo fra una cronica carenza di fondi e una frammentazione che ha a volte del grottesco. La rete degli Istituti di Cultura sono ottantaquattro, con una media di cinque addetti e un bilancio di poco più di trenta milioni di euro (dati 2018) dovrebbe essere il punto di riferimento di una promozione culturale coordinata dalla Farnesina insieme ai Beni Culturali, alle Università, agli enti di ricerca e via dicendo. Poi cè la rete parallela della Dante Alighieri per la promozione della lingua, che cerca di scrollarsi di dosso una pluridecennale polverosità. Auspice la famigerata riforma del Titolo V della Costituzione, Regioni, Province (e talvolta Comuni) si muovono nel mondo con missioni che più di quanto si vorrebbe si risolvono in allegre scampagnate fra compaesani. Troppe voci in libertà e troppi soldi spesi male.
In Italia di coordinamento se ne fa assai meno di quanto se ne parli. Eppure è essenziale: il brand Italia è riconoscibile ovunque, ma non lo è quello di Regioni o Provincie, con buona pace dei loro promotori. La cabina di regia che è stata istituita stenta a decollare, ma ha un ruolo cruciale: complice il taglio dei fondi assegnati alle varie autonomie, potrebbe essere la volta buona per presentare una immagine coerente e introdurre un minimo di razionalità (lo stesso vale per il turismo, dove ci vorrebbe un discorso a parte).
I nostri principali concorrenti seguono un approccio binario fra politica di promozione culturale e insegnamento della lingua, affidata a strutture autonome come lAlliance Francaise, il British Council o lIstituto Cervantes. Si tratta di funzioni diverse e fare chiarezza anche da noi, dove ciascuno fa un po di tutto, sarebbe utile. Rilanciando sul serio la Dante Alighieri (ne varrebbe la pena, non fosse che per il nome) e definendo bene compiti e modalità di finanziamento dei suoi quattrocento comitati esteri, potremmo avere un miglioramento di efficienza e utilizzeremmo meglio le (poche) risorse disponibili.
Contrariamente a quanto sosteneva Giulio Tremonti (ma lui ha smentito), con la cultura si mangia. Il legame fra cultura e commercio è stato a lungo guardato con sospetto, come se il secondo potesse contaminare la purezza della prima. Manifestazioni culturali importanti conferiscono prestigio al paese che le propone, ne migliorano la conoscenza e aprono la via a collaborazioni anche in altri campi: un traino la cui efficacia è confermata dallesperienza. In Italia pesano incrostazioni culturali e resistenze burocratiche dalluna come dallaltra parte, non giustificate dalla realtà. Ancora una volta, basta guardare a quanto fanno francesi o inglesi nel legare la penetrazione commerciale alla bandiera delleccellenza culturale, per capire che anche noi potremmo trarne vantaggio: si tratta di riconoscere che la purezza trova un suo significato nella liceità dei fini. Invece di ricorrere solo allesausta vacca grassa dei corsi di lingua, dando spazio alla sempre auspicata e scarsamente realizzata collaborazione pubblico-privato potremmo recuperare il ritardo e rendere meno inadeguati i bilanci. Certo, si tratta di superare i timori di apparati pubblici e privati spaventati dal nuovo. Ma non dovrebbe essere questo uno dei compiti dello sbandierato governo del cambiamento?



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