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TRIESTE - Il Mediterraneo, fucina di popoli e mescolanza di culture da sempre
di Rosanna Turcinovich Giuricin, intervista a Salvatore Settis
12 settembre 2018, Il Fatto Quotidiano


Abbiamo incontrato Slavatore Settis, archeologo e storico dellarte, intellettuale di grande spessore e importanza, a Pescara qualche anno, fa dove era stato insignito del Premio Flaiano insieme al nostro Konrad Eisenbchler, professore lussignano a Toronto.

Settis-Flaiano-Eisenbichler: un legame emblematico che continua a echeggiare nel presente, in un momento in cui abbiamo bisogno di capire che cosa stia succedendo in questa nostra società, locale e globale, obnubilata dalle emergenze, estranea a sé stessa. Qualche giorno fa Salvatore Settis ha scritto un commento per Il fatto Quotidiano dopo un viaggio a Malta, che gli ha offerto altri ricchi spunti di riflessione che vogliamo percorrere insieme, dialogando con lautore. Il tema è quello delle migrazioni, che ne riassume altri in questo presente che ci restituisce un Mediterraneo della paura e del dolore.

Professore, davanti a noi questimmagine storica del Mediterraneo, i graffiti di Malta con le rotte marittime. Cosa cè di emblematico in questo reperto?
I graffiti di Malta risalgono a quasi quattromila anni fa, e rappresentano decine di navi che solcano il Mediterraneo. Ci mostrano che il mare non è una barriera, ma una strada di comunicazione. Che le migrazioni sono sempre esistite, e sempre esisteranno. Che dobbiamo, come sempre è stato nella storia, venire a patti coi problemi del nostro tempo, e non rimuoverli dalla coscienza.
La storia dovrebbe aiutarci a comprendere il presente. Perché non è così?
Dipende in gran parte dalla progressiva marginalizzazione della conoscenza storica e dello studio della storia nelle scuole. Come se il passato fosse un peso e non una ricchezza. Eppure, nessuno di noi rinuncerebbe a sapere qualcosa della propria infanzia, della propria giovinezza. Per una società, la storia corrisponde a quel che la memoria di sé è per un individuo. Rinunciarvi è un suicidio.
Per decenni si è parlato di crisi economica, come se lunico problema fosse la finanza; che cosa ha prodotto a livello di coscienza individuale?
In primo luogo, unossessiva concentrazione sul presente, come se al di fuori di esso non vi fosse nulla. Ma se pensiamo solo a un presente senza passato, chi progetterà il nostro futuro? Lo sguardo corto, miope è diventato una caratteristica frequente nei politici di mestiere, spesso bravissimi a giostrarsi nei tempi brevi ma incapaci di elaborare strategie di lungo periodo. Ma una comunità, un Paese, hanno bisogno di uno sguardo lungo. Anzi, di una lungimiranza bifronte, volta sia al passato che al futuro.
La paura dellaltro, del diverso, è un retaggio antico; perché non si riesce a razionalizzare, a capirne i meccanismi, trasformarla in opportunità?
Credo dipenda proprio da questa miopia dello sguardo. Nei tempi brevi, può parerci meglio se tutto resta immobile. Per capire che nei tempi lunghi non è così occorre ricorrere a unesperienza più vasta e varia, che gli individui non hanno, ma la società sì. Si chiama storia.
Ibridazione, una straordinaria ricchezza. Oggi tutti i nostri problemi sembrano concentrarsi sugli sbarchi, eppure le migrazioni ci sono sempre state, lo spostamento di popoli è sempre stato uno strumento di potere sia politico che religioso. Che cosa abbiamo dimenticato?
Abbiamo dimenticato chi siamo. Nessun popolo è più ibrido, più meticcio degli italiani. Sin dallantichità una fecondissima, prodigiosa mescolanza di culture ha per nostra grandissima fortuna caratterizzato la Penisola. Greci e italici, fenici ed etruschi, celti e illiri. E dal Medio Evo in poi arabi, bizantini, longobardi e altri popoli germanici, slavi, albanesi, francesi, catalani, spagnoli, austriaci e così via. Un elenco completo è impossibile, perché di fatto coincide con la lista dei popoli che si sono sviluppati intorno a quel grande lago interno che è il Mediterraneo. Chi, nellinfausto 1938, elogiava le leggi di Mussolini perché proteggevano la razza italiana, davvero non sapeva di che cosa stesse parlando. La purezza razziale non esiste, la mescolanza e libridazione sono una straordinaria ricchezza, che per fortuna noi italiani possiamo anzi dobbiamo rivendicare. E se questo è il nostro passato, perché mai non dovrebbe essere il nostro futuro?
La nostra società sta vivendo un profondo cambiamento: è soprattutto il lavoro ad essere al centro di una trasformazione radicale, quale futuro?
Un futuro senza lavoro umano è impensabile, ma la natura del lavoro sta cambiando: è sempre meno fatica fisica, e sempre più impegno mentale. Questa trasformazione avviene nel segno della produttività e del profitto delle imprese, ma spesso tiene assai poco conto delle conseguenze di natura etica, sociale, politica. È un fronte assolutamente vitale per la sopravvivenza dei principi di convivenza civile che abbiamo elaborato.
Lingegno in funzione del bene comune Se la tecnologia sostituirà la forza lavoro, forse la vita delluomo è destinata a non avere più valore?
Dovrebbe, al contrario, avere ancora più valore, perché maggiore potrebbe essere limpegno individuale e collettivo a elaborare forme di civiltà, di cultura, di umanità, che forse oggi non sappiamo ancora immaginare, ma in cui la fertilità dellingegno individuale in funzione del bene comune potrebbe crescere a dismisura.
I giovani abbandonano lItalia e il continente, le nuove destinazioni sono lAustralia, il Canada. È forse questa la vera paura, che questi vuoti vengano riempiti da genti di altre culture, lingua e tradizioni?
Il timore dellaltro è umano, ma va combattuto con qualcosa di ancor più umano, che è la curiosità per laltro. E il desiderio di suscitare nellaltro altrettanta curiosità. Per camminare in questa direzione occorrono convinzioni di fondo, senza di che ci si rinchiuderebbe nel rancore degli eterni sconfitti.
Un nuovo equilibrio. La cultura può aiutarci a ragionare in modo diverso sul mondo che vogliamo? Quale cultura?
Anche quella di un feroce razzista è, a suo modo, una cultura: la cultura dellodio, dellisolamento, dellegoismo più sfrenato e stolto. E anche chi dichiara di disprezzare la cultura ha una propria cultura, quella che idolatra lignoranza e svilisce la competenza. Dipende dunque quale cultura è quella che vogliamo. A mio avviso, quel che dobbiamo trovare è un nuovo equilibrio fra coscienza storica, sensibilità etica, visione politico-economica e conoscenza tecnologica. Ma in questo nuovo equilibrio è assolutamente essenziale che abbiano una funzione centrale valori come la democrazia, la giustizia, il rispetto per gli altri, la libertà di parola e di scelta, la dignità umana, leguaglianza fra gli esseri umani.
Dove sta andando lEuropa, perché sembrano niente settantanni di pace? Di tutti i valori della democrazia, lunico che ancora funziona è il voto e ci sta massacrando; come fare ad attivare gli altri strumenti per farla funzionare davvero?
Lafasia di molta politica rivela che in questa fase storica sarebbe necessario attivarsi dal basso, ricreare limmaginazione che muove le istituzioni, che sa riflettere, criticare e proporre. Leducazione al pensiero critico dovrebbe essere la vera, anzi la sola funzione della scuola. Ma purtroppo non è più così, se non si ha la fortuna di avere insegnanti eccezionali e per fortuna ce ne sono tanti.
Lei ha lavorato a lungo in America. Spesso si portano ad esempio meccanismi che in quella società funzionano, ma possono valere anche per realtà diverse come la nostra o si rischiano effetti paradosso?
Amo gli Stati Uniti, anche se non amo affatto Trump. Sono un grande Paese, ma con la propria esperienza e la propria storia. Non è identificandoci con loro che lItalia o lEuropa può trovare la propria strada.
Che cosa lascerà questo presente ai posteri?
Vivamente spero non siano solo frammenti, polvere, rovina. Dipende da noi, da quello che ciascuno saprà e vorrà fare, a seconda degli spazi di vita e di lavoro in cui ci si muove. LEuropa ha attraversato momenti assai più oscuri di questo, e ne è sempre uscita migliore, anche fra atroci sofferenze. Abbiamo un enorme serbatoio di energia, che viene dal nostro passato e dalla nostra cultura, anzi dalla pluralità delle nostre culture. Cè ragione di essere ottimisti.

Salvatore Settis, tanta esperienza e unimmensa conoscenza
Salvatore Settis ha diretto a Los Angeles il Getty Research Institute (1994-99) e a Pisa la Scuola Normale Superiore (1999-2010). È stato presidente del Consiglio Superiore dei Beni Culturali (2007- 2009) e tra i founding members di European Research Council. Nella sua vita anche un episodio che lo lega alla nostra terra. Suo padre, internato militare a Wietzendorf durante la Seconda guerra mondiale (con Giovannino Guarreschi), era al comando del generale di Zara, Pietro Testa, prigioniero dei tedeschi con i suoi soldati, che sentì diverse volte rivolgersi nel dialetto della sua Dalmazia, al comandante tedesco, cresciuto per caso a Pola e che aveva appreso perfettamente il dialetto locale. Imprevedibili, strani intrecci della vita. Le opere da lui firmate vanno a comporre un lunghissimo elenco, impossibile da riportare su una pagina di giornale. Ma è anche membro dellAccademia dei Lincei, dellAccademia delle Scienze di Torino, dellIstituto Veneto, dellAmerican Philosophical Society di Philadelphia, dellAmerican Academy of Arts and Sciences e delle Accademie di Francia, di Berlino, di Baviera e del Belgio. Ha tenuto le Isaiah Berlin Lectures allAshmolean Museum di Oxford e le Mellon Lectures alla National Gallery di Washington, e ha avuto la Cátedra del Museo del Prado a Madrid. È presidente del Consiglio Scientifico del Louvre. Tanta esperienza e tanta conoscenza, ma soprattutto la capacità di continuare a studiare per capire come solo i grandi uomini sanno fare il presente e immaginare il futuro.



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