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in difesa dei beni culturali e ambientali

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Taormina. Paesaggio e beni culturali verso il forum siciliano
https://emergenzacultura.org/2018/10/18/paesaggio-e-beni-culturali-verso-il-forum-siciliano/#more-61

Convegno a Taormina, il 23 Novembre: Sussidiarietà orizzontale e cittadinanza attiva: quale ruolo della pubblica amministrazione regionale dei Beni Culturali?
Come difendere il patrimonio comune dal saccheggio privatistico ?

L ASSISE ISOLANA CHIAMA AL CONFRONTO LASSOCIAZIONISMO CULTURALE DEMOCRATICO E SOLIDALE E GLI AMMINISTRATORI DEGLI ENTI PUBBLICI TERRITORIALI
MA ANCHE LE ISTITUZIONI CULTURALI E GLI INTELLETTUALI, GLI STUDENTI E I GIOVANI DEI QUARTIERI DELLE CITTÀ, LE DONNE E GLI UOMINI CHE OPERANO NEL SETTORE E TUTTI COLORO CHE NON VOGLIONO FARSI OMOLOGARE DAL PENSIERO UNICO DOMINANTE, AL FINE DI PARTECIPARE ALLA FONDAZIONE DEL FORUM SICILIANO PER LA TUTELA PARTECIPATA DAL BASSO DEL PAESAGGIO E DEI BENI CULTURALI

Per la FP CGIL Sicilia quello dei BB.CC, ancorché indiretto, è un settore strategico per lo sviluppo dellisola. Infatti la valorizzazione dei beni culturali siciliani può rappresentare una formidabile leva attrattiva in grado di agire da effetto traino di un sistema integrato (culturale, paesaggistico urbano e naturalistico) per diversificare lofferta dei servizi in modo da soddisfare una domanda larga e non elitaria, guardando ben oltre le macerie consegnateci dalla inarrestabile desertificazione industriale.
Nello specifico della gestione dellampio bacino del patrimonio storico-artistico regionale, in tutti i tavoli di contrattazione -sia dipartimentale sia locale- ha da sempre rappresentato le difficoltà che investono il settore dei BB.CC., lamentando lassenza di un piano programmatico strategico dellofferta culturale, capace di coordinare gli interventi nei territori, onde evitare le inutili ed indesiderate concorrenzialità registratesi fra i presidi culturali, alla luce anche del galoppante processo gestionale privatizzato, nel quale si fanno valere più gli interessi lucrativi che le finalità di tutela allindirizzo della salvaguardia del bene comune.
Tutto ciò grazie alle scellerate strategie economiche perseguite dal ceto politico post prima repubblica, sia di destra -o nuova destra gialloverde- sia di sinistra (do you remember lenzuolate bersaniane?)
Da decenni questa classe politica fa a gara per rivendicare la paternità dellefficientismo mercatista, mostrandosi supinamente organica alle imposizioni dalla euro-governamentalità burocratica che basa il suo paradigma sulla efficienza del mercato e sul dogma del privato è bello. Questo liberismo imperante (che in ultimo detto non tanto per inciso preferisce la deriva reazionaria-populista allinversione di tendenza necessaria per uno spazio comune della democrazia europea) di recente ci ha mostrato il suo vero volto, ovvero: essere portatore sano di maledizioni e morte (leggi: ponte-morandi).
In nome della deregulation economica e della pseudo efficienza privatistica, il ceto politico emerso dalla II-Repubblica (data la sua incapacità a riformare in senso democratico e partecipativo le istituzioni e la pubblica amministrazione; e dato anche il suo asservimento ai diktat del comando neoliberista, rinunciando così alla regolazione del sistema finanziario) ha consegnato alla speculazione mercatista le grandi reti infrastrutturali (ferrovie, autostrade, comunicazioni e via elencando).
Ma il saccheggio dei beni comuni non si è ancora arrestato: dopo lacqua nonostante il referendum -anche il patrimonio culturale e paesaggistico non viene risparmiato in ossequio alla legge del profitto, nella convinzione che solo attraverso la valorizzazione economica è possibile trovare le risorse necessarie per la conservazione, vincolando le entrate della fruizione a questo scopo.
Ora sul tema dellautofinanziamento è stato dimostrato che senza un sostegno diretto della fiscalità generale nemmeno i più grandi musei pubblici europei potrebbero fare fronte agli interventi conservativi e di restauro.
In sostanza in nome di una malintesa valorizzazione e di un modernismo effimero si rischia di ridurre i siti della cultura a fabbriche dellapparire.
È il caso di rammentare agli amministratori pubblici che anche larticolo 6 del Codice di settore ha chiuso fermamente le porte a una interpretazione economicistica della valorizzazione, così come ha avuto modo di rilevare Montanari nel suo ART.9-COSTITUZIONE ITALIANA (Carocci, 2018).
Nella fattispecie la norma recita: La valorizzazione consiste nellesercizio delle funzioni e nella disciplina delle attività dirette a promuovere la conoscenza del patrimonio culturale e ad assicurare le migliori condizioni di utilizzazione e fruizione pubblica del patrimonio [] al fine di promuovere lo sviluppo della cultura(p.58). Pertanto, vanno messe in discussioni quelle forzature gestionali poste in essere dalle pubbliche amministrazioni, e da quella regionale nello specifico, allorquando fanno della valorizzazione il principio-chiave della fruizione del patrimonio culturale. Desta non poche perplessità, anche in ordine alla legittimità amministrativa, la diffusione di pratiche valoriali che oltre a snaturare lo spazio-contenitore trasfigurano parimenti il luogo-contenuto, mettendo in forse il principio fondamentale della tutela, il quale beninteso è listituto attraverso cui vengono garantiti i diritti di ogni singolo individuo, la cui esigibilità (così come per esempio nella tutela della salute) non è condizionata da alcuna interposizione tra il cittadino e le istituzioni pubbliche. Ma anche la comunità determinatasi sotto i ponti del divenire vanta un suo diritto inalienabile che si riflette sulla gestione dei beni pubblici quello della memoria. Si tratta di un Diritto che vivifica nelluniversalità del patrimonio custodito nei siti culturali pubblici e privati, la cui essenza viene sovente mortificata quando la sua rappresentazione viene evenemenzialmente piegata alleffimero consumo del mordi e fuggi imposto dal mainstream della società dello spettacolo.
Insomma si vuole rivendicare, coerentemente al quadro costituzionale, il principio secondo cui la dimensione valoriale duso dei beni comuni culturali non è commensurabile alla stregua di una qualsiasi altro bene commerciale, tanto meno lincommensurabilità del patrimonio culturale può essere messa in valorizzazione nellinteresse esclusivo di parte. Daltro canto la posizione sindacale espressa è assai nota per aver già criticato fortemente la gestione e il modello aziendalista-manageriale introdotto dal ministro Franceschini, il quale, pur di mettere in valorizzazione i beni delle cosiddette siti- aziende, pare abbia acconsentito al varo di un tariffario perfino per eventi cerimoniali nunziali (a Paestum per esempio- il regolamento tariffario prevede da 200 euro in su per le foto e da 2mila in su per il rito civile [cfr. ansa]).
Questi amministratori illuminati pensano, nellesercizio delle proprie competenza, che con lapertura ai privati della gestione dei siti culturali (lesternalizzazione dei servizi aggiuntivi, sponsorizzazioni, art bonus, etc.) e con la messa in valore del rapporto di scambio sito-azienda/pubblico-cliente, si possa assicurare un sistema di efficacia ed efficienza tale da garantire un circuito virtuoso della fruizione, senza far venire meno quellosservanza del quadro normativo che prevede la tutela dei beni culturali come finalità sociale allo scopo di formare una nuova cittadinanza pienamente consapevole. Si tratta di un processo permanente di conoscenza su cui si innesta anche la cura e la prevenzione del patrimonio comune. Appare evidente che siffatte finalizzazioni non possono prescindere dalle azioni amministrative delloperatore pubblico, al quale istituzionalmente compete istituire un rapporto diretto con la società civile (strutturata od organizzata anche informalmente) e non certamente un rapporto mediato dallimpresa commerciale.
Avendo come punto di osservazione non solo quello nazionale ma anche quello regionale, possiamo ben dire che la sinergia del mix pubblico/privato ha determinato la marginalizzazione progressiva del pubblico, se non addirittura una vera e propria estromissione dello stesso: il servizio aggiuntivo in molti casi sembra essere diventato dominus del sito pubblico, mentre i beni contenuti sembrano posti a traino dellattività delloperatore privato. Insomma spesso si assiste al capovolgimento della ratio sinallagmatica. O forse, ancora peggio, è nel rapporto contrattuale posto in essere che la parte pubblica ha rinunciato allesercizio delle sue prerogative, rinuncia del ruolo da cui discende una deresponsabilizzazione sulla gestione culturale affidata ad una burocrazia pletorica ed asservita al governante di turno altro che separazione tra funzione politica e funzione amministrativa.
Bisogna affermare con nettezza: non si può pensare che prima tutto funzionasse meglio. Però, nello stesso tempo, si è verificato che il privato non è affatto la panacea blaterata da pensiero dominante. Si deve riconoscere che non necessariamente tutti i soggetti altri debbano essere riconducibili al privato nel senso del sistema dellimpresa. Possono nascere nuove soggettività capaci di integrare e cooperare con il Pubblico. Favorire un nuovo mix che guarda alla socializzazione delle competenze tecniche e specialistiche diffuse fra le nuove generazioni che rischiano di essere tagliate fuori e depauperate nelle loro conoscenze dal dumping generato dal mercato di lavoro, sempre più povero e miserevole. Solo guardando a queste nuove soggettività possiamo immaginare un nuovo ciclo virtuoso che passi non solo per i grandi attrattori culturali, ma guardi anche al recupero e al valore duso dei cosiddetti siti minori a rischio di oblio, il cui alto valore storico-archeologico e artistico-culturale è indiscutibile, se visti anche nella loro complessità paesaggistica ed antropologica.
Su queste direttrici la FP CGIL Sicilia pensa alla necessità di istituire un Forum Siciliano del Paesaggio e dei Beni Culturali e propone di costruire, assieme alle soggettività interessate, una piattaforma operativa per la tutela partecipata dal basso dellimmenso patrimonio comune e la difesa della nostra memoria oggi minacciata dalla dilagante reificazione espropriatrice, imposta dalla legge di scambio che tutto trasforma in accumulazione monetaria.



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