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Tomaso Montanari, Noi non siamo dei talebani: difendiamo larte, bene di tutti
Tomaso Montanari
Emergenza Cultura 22/10/2018

La garbata lettera dellimportante mercante darte antica Fabrizio Moretti sulle esportazioni dei beni culturali dallItalia, uscita sabato su questo giornale, merita una risposta. Moretti non è tra i

falchi del mercato, quelli che vorrebbero mani libere per esportare anche la cupola del Brunelleschi, riuscendo a smontarla. Ma al tempo stesso egli trova il nostro sistema di tutela troppo restrittivo, poco moderno e vessatorio verso i collezionisti e i mercanti onesti. Vediamo se riesco a convincerlo del contrario. Il nostro sistema funziona così: se possiedo unopera darte con più di settantanni (prima di Franceschini erano cinquanta: da qui luscita del Burri Crespi che ha dato il via al dibattito) e la voglio portare fuori dallItalia, devo mostrarla a un ufficio esportazioni della soprintendenza. Qua storici dellarte e archeologi la valutano, e decidono se può uscire o se è bene culturale.

Questa dichiarazione è la famosa notifica, che comporta alcuni vincoli: per restaurarla, spostarla, prestarla a una mostra, venderla devo informare lo Stato. Non potrò più esportarla dallItalia in via definitiva, e, se la vendo, lo Stato potrà comprarla al prezzo per cui dichiaro di venderla. Linsieme delle cose darte private vincolate forma, insieme a tutte quelle pubbliche, il patrimonio storico e artistico della Nazione (art. 9 Cost.), che la Repubblica tutela e tramanda al futuro.

Più alta è la percentuale di ciò che viene notificato, e maggiori sarebbero le ragioni di mugugno dei mercanti: vediamole, allora, queste percentuali secondo gli ultimi dati disponibili (fonte Mibact/Sole 24 ore). Nel 2013 è stata negata lesportazione allo 0,74 % delle opere presentate agli Uffici, nel 2014 allo 0,56 %, nel 2015 allo 0,39 %. In ciascuno di questi tre anni circa altrettante opere sono state notificate spontaneamente dalle soprintendenze (cioè senza la presentazione allesportazione, ma grazie alle ricerche dei pochi, eroici funzionari che riescono ancora a studiare nel disastro della tutela italiana). In totale, mai più dell1,5 % del mercato dellarte è stato fermato: con queste cifre è difficile sostenere che ci sia una vessazione, uno statalismo stalinista, un accanimento talebano. A proposito di questultima parola, sia concesso notare che i talebani (e ora i terroristi dellIsis) distruggono le opere darte, e più spesso le immettono nel mercato illegale occidentale: chiamateci dunque vestali, comunisti, intransigenti. Ma lasciate stare i talebani, per favore.

Moretti afferma poi linviolabilità della proprietà privata: ma gli ricordo che (al contrario di ciò che dice lincommentabile ministro dellInterno) per la nostra Costituzione la proprietà privata non è affatto sacra, ma sottoposta allutilità sociale. Non è una costituzione sovietica (come voleva il Berlusconi dantan) ma ispirata al primato della persona umana, punto di incontro tra comunisti, cattolici e liberalsocialisti.

Se si guarda alla storia, questa idea di limitare la proprietà privata in nome di un più grande bene comune si delinea assai per tempo proprio nel campo del patrimonio culturale. Nel 1167, per dire, il Senato di Roma consente a una certa badessa di trasformare in campanile la Colonna Traiana, che le appartiene, ma impone di non distruggerla: è in proprietà privata, ma la proprietaria non ha il diritto di sottrarla a tutti, pena la morte. Se la Colonna è ancora lì è perché generazioni di italiani hanno creduto che lonore pubblico della città di Roma (così il documento medioevale) contasse più del terribile diritto (Beccaria) della proprietà privata. E così trovo ancora sacrosanto che chi ha la sorte di possedere quell1% di beni culturali che oggi valutiamo di tutti si veda mettere dei paletti severi.

Quanto allidea che larte sia universale, e che dunque nulla ci sia di male se un capolavoro esce dallItalia per andare in un grande museo americano, rispondo con un esempio concreto. È noto che un mercante italiano possiede uno dei pochissimi Caravaggio privati, il Ritratto di Maffeo Barberini: dipinto doppiamente cruciale, per lautore e il soggetto. Ora non lo può vedere nessuno, e se fosse venduto, per dire, al Getty di Los Angeles sarebbe certo di pubblico dominio. Ma se invece, vincolandolo, resta in Italia, cè la fondata speranza che un domani venga acquistato dallo Stato e collocato a Palazzo Barberini a Roma, ricomponendo una decisiva unità storica e culturale. La tutela del patrimonio italiano ha sempre avuto uno sguardo lungimirante, capace di misurare i risultati su una prospettiva secolare. Sarebbe, invece, assai utile un serio dibattito pubblico tra storici dellarte e mercanti sui criteri con cui si decide cosa deve e cosa non deve rientrare in quel famoso 1%, e sui mezzi di cui dotare gli Uffici esportazione perché applichino al meglio quei criteri: che annoverano qualità assoluta, rarità, provenienza accertata e importante, appartenenza a insiemi monumentali e collezionistici esistenti o ricostruibili. Criteri storici, non nazionalistici: fu mostruosa lesportazione concessa nel 2006 a uno spettacolare quadro di Turner con una veduta di Venezia, così come è inspiegabile luscita del sublime Vouet finito a New York.

Se questo dibattito non fosse esistito, o se la risposta fosse stata la totale libertà del mercato, oggi in Italia non ci sarebbe un patrimonio da amare. E i mercanti italiani non avrebbero nulla da vendere.

https://emergenzacultura.org/2018/10/22/tomaso-montanari-noi-non-siamo-dei-talebani-difendiamo-larte-bene-di-tutti/?fbclid=IwAR1-zbx1IwFLuI-l6jsyc9S4NhrYh1EYP7xpjWAI44-7lQmcXYg74j9Jw8k


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