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Mario Botta: larchitetto devessere un umanista, legato al territorio
Luigi Bartolomei
31 ottobre 2018 Interviste, Mosaico, Professione e Formazione 302



Larchitetto ticinese prosegue la serie di interviste sul ruolo odierno del progettista e della didattica dellarchitettura



Dopo gli interventi di Mario Abis e di Simone Sfriso, il ciclo di interviste ai relatori del convegno Architettura Oggi. Levoluzione nel ruolo del progettista e nella didattica dellarchitettura (Ravenna, 22-24 novembre 2018) prosegue con Mario Botta. Larchitetto elvetico è titolare dal 1970 di uno studio professionale a Lugano, poi trasferito a Mendrisio dal 2011. Proprio qui è stato tra i fondatori, nel 1996, dellAccademia di Architettura di Mendrisio, che ha più volte diretto e dove tuttora insegna.



La costruzione di una nuova scuola darchitettura impone chiarezza sui modelli da offrire agli studenti. Quali adottaste?

Quegli anni avevano lingenuità e lenergia degli inizi. Gli esordi sono sempre contraddistinti da una carica unica di forza e di bellezza che poi non si può pretedere di rintracciare compiutamente nellopera realizzata, sottomessa alle condizioni del tempo. Quello che significava per noi, allora, lo slancio verso processi tesi a formare un architetto umanista è qualcosa che resta ancora allorizzonte rispetto agli sforzi che poi concretamente si sono potuti fare. Anche quel progetto ha pagato in qualche misura lo scotto del tempo, di una professione normata [*da una legislazione europea, n.d.r.], di una condizione generale della cultura che privilegia la definizione dei ruoli e delle competenze e che ha in parte perso lo slancio dellutopia. Alle origini dellAccademia di Mendrisio vi era il coraggio per laffermazione di un architetto contemporaneo e generalista, un architetto umanista, capace di produrre una sintesi e una rappresentazione dellumano da accogliere e interpretare in architettura. Questa figura poteva e può apparire fuori dal tempo e fuori dal mercato, contraria ad un mondo che richiede specializzazione, ambiti precisi dintervento e competenze. In realtà è esattamente il contrario: la complessità attuale necessita di una figura che ne tenti la sintesi e renda in tal modo questa stessa complessità abitabile per luomo.



La scuola nasceva anche con una forte componente territoriale. Accanto allindirizzo di un architetto umanista, la bibliografia reca anche quello di un architetto territoriale. Che cosa significa questo epiteto e come dialoga con il tempo della globalizzazione?

Globale e locale giocano per fortuna in modo conflittuale. La globalizzazione è una realtà di fatto, una realtà che esiste nei mercati e nelle conoscenze. È tuttavia una realtà lontana dallo spirito. Al contrario tanto le persone quanto gli edifici non possono sfuggire al locale. Ovunque essi siano, essi sono legati ad una terra. Questo contatto con la terra, per larchitetto significa appartenere ad un Ethos, ad una cultura territorializzata. La consapevolezza di questa appartenenza, che si è voluta sottolineare alla fondazione dellAccademia di Mendrisio, significa ribadire la centralità del fatto etico, costante della disciplina dellarchitettura ben prima degli apparati distributivi o delle determinazioni funzionali. Quando si auspica un architetto territoriale, si prefigura un progettista capace di riconoscere nello spazio quei valori simbolici, storici, civili che caratterizzano i paesaggi, a partire da quelli prossimi, per raggiungere anche quelli lontani. Architetto territoriale è un progettista che sa frequentare il sedimentato e i territori della memoria e sa leggerli nel paesaggio. Questa consapevolezza di sé e del proprio contesto consente di affrontare altri luoghi, altri mondi, e i temi del mondo globale appunto.



Dunque un architetto territoriale e territorializzato. E per le architetture? Che cosa significa avere un luogo?

Per le architetture, il locale che salva è il contatto con la terra. Ciò significa anzitutto il particolare luogo ove esse scaricano il proprio peso. Viviamo invece il tempo del grande equivoco della leggerezza. Non sono contrario alla leggerezza quando essa produce unestetica. Sono contrario allequivoco che interpreta la leggerezza come isotropia, come unarchitettura ridotta a rappresentazioni di opere su paesaggi monotoni nella loro bellezza, stereotipati, come il linguaggio pubblicitario delle pagine di moda. Vi sono invece architetture che appaiono nella loro bellezza specialmente in giornate di pioggia, in situazioni desperienza uniche, ma di fatto irrappresentabili. Il qui dellarchitettura è il territorio di questo loro situarsi. La natura vuole che i carichi vengano portati a terra, e questa territorialità non è solo una questione fisica ma, altrettanto, simbolica: larchitettura trova nella terra la propria madre. La terra implica la comprensione simultanea di un paesaggio e di un ambiente: che poi il fatto ecologico e quello architettonico oggi siano stati separati, è un vizio contemporaneo. La comprensione dellambiente e del territorio è stata sempre intrinseca allarchitettura come disciplina di sintesi, arte a fortissima vocazione interdisciplinare.



Il progetto celebra però oggi la collazione delle competenze più che quella delle discipline. Il controllo del benessere tra serrati parametri numerici, necessita del conforto degli specialisti. Quale il ruolo dellarchitetto in questo coro?

Il progetto oggi ha bisogno di competenze tecniche specialistiche. Affermare questo non significa tuttavia ammettere la parcellizzazione dellunità del fatto creativo. Questa parcellizzazione è piuttosto il principio della macchina, adottato per produrre di più e per consumare più in fretta. La divisione del processo di progettazione è una conquista pericolosa che apre alleccessiva approssimazione. Larchitettura necessita invece di una maturazione lenta, di un percorso che implica i processi del tempo, di umiltà e perseveranza nei confronti del proprio lavoro. La fretta e la velocità imposte ai progetti stanno trasformando larchitettura in qualcosa daltro, in qualcosa che può assomigliare allarchitettura ma altro non è che unaffiche, una riduzione bidimensionale dellarchitettura: la sua rappresentazione. Questo è anche il riflesso di un tempo che ha perso complessivamente la spinta allutopia. Al contrario era proprio lo spirito dellutopia a muovere i grandi protagonisti del Movimento moderno. Al centro delle loro riflessioni vi era lesistenza delluomo intesa contemporaneamente nella sua dimensione individuale e sociale. Ciò che allora appariva un nesso inscindibile, appare oggi un equilibrio impossibile, un punto dincertezza e inquietudine.



Anche in Italia, quando Bruno Zevi, Ludovico Quaroni, Ernesto Nathan Rogers parlavano di architettura, questa era sempre intesa come casa comune, dellindividuo inteso come essere politico, animale sociale. Lincertezza di cui Lei parla che destino apre allarchitettura? Ci sarà ancora spazio per essa?

Sono contrario a scenari apocalittici. Larchitettura ha la sua salvezza nel trattare in ogni suo aspetto di archetipi fondamentali: limite / soglia / interno / esterno Fin quando esisterà un uomo, allora ci sarà architettura. La necessità di dargli un rifugio prescinde fortunatamente dal capriccio della volontà o della ricerca. Larchitettura comincia perché anche il semplice rifugio deve comunicare alluomo un senso di sicurezza e riparo. Se si mette al centro luomo, colto anche nelle sue esigenze prime e primordiali, larchitettura è già evocata, è già lì.

http://ilgiornaledellarchitettura.com/web/2018/10/31/mario-botta-larchitetto-devessere-un-umanista-legato-al-territorio/


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