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Morto Antonio Giuliano. L'archeologia italiana decapitata
Manlio Lilli
L'Espresso 16/6/2018

I libri di consultazione e di studio da tempo li ho donati all'università di Genova dove insegnai per quasi un decennio e alla Biblioteca Corsiniana, dove sono accademico dei Lincei. Perché? Per il semplice motivo che giunto all'età di ottant'anni decisi di smettere di scrivere e di non occuparmi più delle tante cose che hanno impegnato sessant'anni della mia esistenza. La risposta di Antonio Giuliano era decisa. Antonio Gnoli che lo stava intervistando nella sua casa romana non riuscì a replicare nulla. Era il gennaio 2016. Giuliano era così. Un uomo che spesso sorprendeva. Anche con i suoi silenzi. Nel suo argomentare c'era tutto, anche la possibile replica dell'interlocutore di turno. Giuliano, era, probabilmente, il più grande storico dell'archeologia ed un profondo conoscitore di tutto quello che riguarda il mondo federiciano e la Restaurazione post-napoleonica. Era, non è più. La vita lo ha abbandonato.

Ha studiato, ha scritto, ha insegnato. Lasciando testi memorabili e nelle menti di schiere di studiosi che lo hanno avuto come maestro prima a Genova e poi di Roma Tor Vergata, insegnamenti e ricordi. Memorabili le sue ricerche sulla statuaria, greca e romana, soprattutto, ma anche l'urbanistica delle città greche. Moltissimo altro. Perché Giuliano si è sempre fatto guidare dalla sua inesauribile curiosità. Alimentando quella di chi lo ascoltava oppure leggeva. Con disinvoltura argomentava dei ritratti del Fayyum, citando Leopardi e Metternich, Antonio Cederna e Ranuccio Bianchi Bandinelli.

La sua enorme capacità selettiva. Il senso visionario, e l'uso dei sogni. Cittadini del mondo onirico e dell'impero. Una condizione rara. E poi c'era il senso dell'inestimabile che abbiamo perso. Tutto oggi si può comprare e vendere. Anche la vita Il mondo antico aveva il senso del definitivo, il nostro mondo ha solo il provvisorio. Per Giuliano il fascino del mondo antico, al cui studio ha dedicato la vita, era questo. Un mondo che non si è mai stancato di indagare.

Già perchè Giuliano era rigoroso e infaticabile, ma anche incredibilmente umano. Può sembrare scontato, ma non lo è. Almeno nel lobbistico mondo dell'Università. Chi ha avuto la fortuna di incontrarlo nei suoi studi avrà memoria anche di piccole e grandi abitudini che ne scandivano le giornate. Come le sue molte sigarette accompagnate da qualche caffè. Come le sue telefonate. Inderogabilmente alle 7 del mattino. Particolari, certo. Ma determinanti per definirne la Persona.

Parlare di Lui mi costringe per una volta a dire di me. Circostanza che non prediligo, ma in questo caso necessaria, credo.
Confesso di dovergli molto. Non perché mi abbia voluto collaboratore all'Istituto dell'Enciclopedia archeologica per alcune voci de Il mondo dell'archeologia. Non perché abbia ospitato alcuni miei contributi nella rivista Xenia, che aveva fondato nel 1981. Neppure per aver intercesso con la casa editrice perché i costi della pubblicazione della mia monografia sulla topografia di Ariccia venissero ridotti. Non è questo che mi legava a lui. Non solo questo. Era piuttosto per la sua vicinanza. Per la sua attenzione ai miei disagi universitari. Per avermi difeso, da solo, contro l'arroganza di alcuni rappresentanti dell'Ente che dovrebbe garantire la tutela del patrimonio archeologico italiano. Per aver dedicato del tempo a me, giovane studioso, peraltro non suo allievo. Per avermi insegnato l'ironia. Per avermi indicato come sia doveroso non rinunciare mai al garbo. Insomma, un signore di altri tempi, ancora più che un maestro dell'archeologia.

Chapeau professor Giuliano!

http://il_barone_rampante.blogautore.espresso.repubblica.it/2018/06/16/morto-antonio-giuliano-larcheologia-italiana-decapitata/


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