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I BENI CULTURALI MALATI DI BUROCRAZIA - L'isola dei tesori a metà i 40 anni senza svolte sul patrimonio siciliano
SERGIO TROISI
29 NOVEMBRE 2018, LA REPUBBLICA



Sono due le date in cui tutto ha inizio: il primo agosto 1977, quando con la legge 80 la Regione siciliana assumeva competenza esclusiva in materia di gestione dei beni culturali, e il 7 novembre del 1980, quando con la legge 116 soprintendenze, musei e biblioteche diventavano organi tecnici del nuovo assessorato ai Beni culturali.

L'intrusione della politica, l'autoreferenzialità delle soprintendenze la carenza di storici dell'arte: il libro "Allarme beni culturali"chiama in causa l'eterna occasione mancata della valorizzazione causata dalla gestione regionale

Sono due le date in cui tutto ha inizio: il primo agosto 1977, quando con la legge 80 la Regione Sicilia assumeva competenza esclusiva in materia di tutela e gestione dei Beni culturali e ambientali, e il 7 novembre del 1980 quando con la legge 116 soprintendenze, musei e biblioteche diventavano organi tecnici del nuovo Assessorato ai Beni culturali, da poco istituito. L'Assessorato sostituiva nella materia quello alla Pubblica istruzione, sul modello di quanto avvenuto in campo nazionale con la creazione a firma di Giovanni Spadolini (tra il dicembre 1974 e il gennaio dell'anno successivo) del Ministero dei Beni culturali. Partono da qui, Antonio Gerbino e Francesco Santalucia (il primo operatore culturale, il secondo architetto e già dirigente regionale), per ricostruire una vicenda quarantennale che da quelle premesse, gravide di buone intenzioni, ha condotto alla lunga paralisi attuale, alla ipertrofia e alla frammentazione burocratica, alla polverizzazione degli interventi e alla assenza di una visione prospettica per quello che dovrebbe essere un asset strategico per tutta l'Isola. Il risultato è un volume ("Il patrimonio degli equivoci.

Allarme beni culturali in Sicilia", Torri del Vento, pagine 332, 17 euro) ricco di dati, notizie e analisi, articolato con una struttura aperta di interventi su esempi, positivi e negativi, e una appendice, a cura di Pietro Vento direttore dell'istituto Demopolis, sul rapporto tra i siciliani e il loro patrimonio culturale.

Equivoci dunque, inevitabilmente al plurale, il primo già implicito in quella devoluzione che nella terminologia culturale e politica del tempo si chiamava decentramento e appariva foriera di maggiore efficienza e controllo democratico.

Senonché, sin dall'inizio, interrompeva quella circolazione nazionale dei funzionari delle soprintendenze in grado di apportare idee e approcci nuovi, consegnando il personale ora regionale a una auroreferenzialità amministrativa che la cosiddetta seconda repubblica, dalla metà degli anni Novanta, avrebbe gestito come spoil system: subordinando quindi o tentando di subordinare l'azione di tutela e valorizzazione agli interessi più o meno spiccioli della politica, con episodi anche di eclatante prepotenza. Il secondo equivoco si palesa appieno durante gli anni Ottanta, quando l'assessorato si scrolla subito di dosso i panni della cenerentola e diventa collettore di finanziamenti e organizzatore culturale in proprio, assorbendo parte della funzione delle soprintendenze e cooptando, nelle grandi mostre, l'Università. È il modello che gli autori chiamano Bombace - Ordile, dai nomi del potente direttore regionale dell'assessorato Alberto Bombace e di Luciano Ordile, assessore democristiano. Sono gli anni Ottanta, i tempi del pentapartito, e girano tanti soldi. Quel sistema organizza esposizioni di alto livello scientifico (nel 1984 una su Caravaggio in Sicilia quando il pittore maledetto non era ancora un blockbuster, nel 1990 una sullo stile severo, giusto per citarne un paio), ma centralizza di fatto sulla politica scelte e azione culturale e diventa, fatalmente, una macchina del consenso che si alimenta a più livelli, dalla gestione del personale agli interventi sul territorio, dalla istituzione di musei piccoli o piccolissimi alla selezione dei restauri di edifici monumentali.

È da questo equivoco, rafforzato dal dibattito e dalla normativa nazionale che separa tutela e valorizzazione, conoscenza e make money, che deriva la situazione attuale, nonostante i fiumi di denaro riversati soprattutto in passato e alcune importanti azioni legislative come quella (legge 20 del 3 novembre 2000) che istituisce i parchi archeologici.

Giunti a questo punto, l'elenco dei guasti prodotti è una cascata, e gli autori non fanno sconti: dalla sciagurata gestione della legge sulla dirigenza prodotta dalla ricezione della legge Bassanini (per cui, oggi, per contare i dirigenti storici dell'arte in servizio le dita di una mano bastano e avanzano) alle tantissime incompiute per le quali gli anni si contano in decenni (la completa riapertura del museo Salinas, il recupero dell'Albergo dei Poveri, che con un colpo di mano la giunta Crocetta aveva destinato a uffici del Tar); dalla mancata autonomia dei musei maggiori alla gestione dei custodi, che ogni anno ripropone regolarmente la questione delle aperture festive, alla incapacità drammatica, condivisa con tutta l'amministrazione regionale, di utilizzare i fondi europei. Sino ai ritardi endemici della viabilità e dei trasporti, essenziali per un territorio così ricco di siti archeologici e borghi storici, e della valorizzazione o della semplice informazione tramite il sistema digitale. Nel frattempo, abbiamo dimenticato le grandi mostre pensate per mettere in valore anche tramite sguardi innovativi la ricca sedimentazione storica siciliana, sostituite da presunti "grandi eventi", passepartout e non di rado affrettati.

Mancano insomma strategie d'insieme, una funzione di raccordo con gli altri soggetti istituzionali quali i comuni e, verrebbe da dire, le province, se non fossero state abolite lasciando nel vuoto settori strategici. Nulla del resto, come i sette dicasi sette assessori ai Beni culturali alternatisi durante la scorsa legislatura, dice della irrilevanza sostanziale, agli occhi del ceto politico, di un approccio virtuoso a un ambito così complesso. Con la giunta guidata da Nello Musumeci siamo già a due. Sino alla scadenza del 2022, c'è ancora tempo.




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