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Cosa ha fatto il governo per la cultura in sei mesi? Quasi niente. E non sta considerando neppure il suo programma
Federico Giannini
Finestre sull'Arte 27/12/2018

Sono passati sei mesi da quando il nuovo governo si è insediato. Cosa è stato fatto per la cultura? Quasi niente, e in più il governo non sta neppure considerando il programma elettorale del partito di cui il ministro è espressione.

Nella storia recente del Ministero dei Beni Culturali, è difficile ricordare momenti che superino quello attuale quanto a reale distanza tra misure annunciate e risultati concreti. Fin dal momento in cui sè insediato, il ministro Alberto Bonisoli ci ha abituati a sfavillanti dichiarazioni dintenti cui tuttavia non hanno fatto seguito adeguate azioni in grado di tradurre le parole in fatti. Non solo: mai, nella storia recente del Ministero dei Beni Culturali, sè assistito a cambi di posizione tanto repentini su provvedimenti dapprima annunciati o proposti, e poi immediatamente ritirati. Adesso, a seguito dellapprovazione della manovra al Senato, dopo le susseguenti dichiarazioni del ministro in merito, e trascorsi sei mesi dal suo insediamento, possediamo finalmente qualche elemento di base per cercare di trarre alcune valutazioni preliminari.

Per cominciare, è piuttosto sintomatico il fatto che il ministro, nel fornire un primo bilancio di quello che abbiamo fatto nei primi sei mesi di lavoro, parta da due misure che, in realtà, sono ancora lontane dallessere legge, ma che Bonisoli in qualche modo considera forse già in essere: lintroduzione del biglietto a due euro per i giovani tra i diciotto e i venticinque anni, e laumento delle giornate gratuite nei musei. Misure che, peraltro, riguardano temi ben lontani da quelli che il Movimento 5 Stelle, il partito del ministro Bonisoli, aveva affrontato nelle prime pagine del suo programma elettorale (e che quindi forse sono da considerare per loro prioritarî): laumento della spesa in cultura, il mecenatismo e il crowdfunding, lorganizzazione del MiBAC. Tutti argomenti dei quali finora non sè neppure parlato. Tornando però alle domeniche gratis e alle riduzioni per i giovani, si potrebbe partire rammentando le considerazioni che, su queste pagine, avevamo già avanzato circa tali provvedimenti: possiamo ritenerli miseri palliativi, semplice fumo negli occhi gettato in faccia a chi ritiene che lingresso scontato per i giovani in età da università, o il confino in una gabbia gratuita una volta al mese per chi potrebbe aver difficoltà a corrispondere il prezzo del biglietto, siano misure che possano in qualche modo favorire lavvicinamento alla cultura. Ma varrà la pena ripeterlo: le statistiche dellIstat dimostrano che soltanto un 8% dei giovani in età interessata dal biglietto a due euro ritiene che i titoli daccesso ai musei siano troppo costosi. La stragrande maggioranza (in misura prossima al 50%) non savvicina ai musei semplicemente perché composta da persone che non sono interessate ai musei. Quanto alle gratuità indiscriminate, rimandiamo alla nostra proposta dabolirle e dintrodurre, al loro posto, misure che vadano incontro allesigenze della minoranza costituita da quanti non visitano i musei perché li ritengono costosi, o perché non se li possono permettere.

Lunico motivo dinteresse di questi provvedimenti, dati come già realizzati ma in realtà non ancora ufficialmente sanciti da leggi o decreti (e gioverà anche ricordare anche come il Consiglio di Stato abbia in prima istanza rispedito al mittente la relazione che accompagnava il piano Bonisoli, perché poco chiara), consiste nel loro essere alquanto esemplificativi dei tentennamenti cui Bonisoli e i suoi sottosegretarî ci hanno fin qui abituati. Mi riferisco, nello specifico, alla querelle sulle domeniche gratis: dapprima, il ministro aveva manifestato lintenzione di rivedere liniziativa introdotta da Dario Franceschini. Poi, a fine luglio, nel corso duna visita a Napoli, aveva addirittura dichiarato che sarebbe stata abolita, e lidea era confermata da una nota ufficiale che parlava di unabolizione di fatto. Infine, a settembre, Bonisoli, contrariamente alle aspettative, confermava le domeniche gratis, con sole due novità: le domeniche gratuite dalta stagione saranno spostate per dar vita a una settimana gratuita in marzo, e i direttori avranno la possibilità di stabilire ulteriori giornate gratuite (possibilità che, peraltro, già detengono). Non pago, alcune settimane fa Bonisoli ha rivolto un duro attacco ad alcuni giornali che avevano sottolineato la sua marcia indietro rispetto ai propositi dabolizione iniziali, e ha rivendicato la continuità della sua linea (anche se, di fatto, le sue idee iniziali, come sè visto, apparivano piuttosto diverse rispetto alla forma che il piano finale ha assunto).

Ma le domeniche gratuite non sono state lunica misura su cui sè a lungo oscillato tra timide intenzioni di cancellazione e risolute conferme. Si consideri lesempio del bonus cultura da 500 euro per i diciottenni: anche in questo caso, Bonisoli aveva dichiarato, pochi giorni dopo la sua nomina, che sarebbe stato meglio spendere diversamente le risorse allocate per 18app. Dopo i pesanti attacchi dellopposizione, Bonisoli aveva annunciato che, per il 2018 e il 2019, i fondi per il bonus sarebbero rimasti, seppur con correttivi che sarebbero stati introdotti per rimediare agli errori fatti in passato e preparare un programma strutturale per la promozione del consumo culturale. Di tali correttivi dava annuncio, appena un paio di settimane fa, il sottosegretario Gianluca Vacca, affermando che, dal 2019, 18app sarebbe stata ricalibrata sulla base del reddito dei beneficiarî. E in effetti, un emendamento alla manovra aveva introdotto il reddito come discriminante per lassegnazione: peccato che però nel disegno di legge uscito dallapprovazione definitiva del Senato, la clausola sul reddito sia stata eliminata e 18app, anche per il 2019 (a meno che non intervengano improbabili modifiche dellultimora), sarà identica a come laveva immaginata il Pd.

In buona sostanza, è possibile affermare che Alberto Bonisoli, di fatto, abbia finora mantenuto la stessa linea di chi lha preceduto, mentre, sul piano dellazione teorica, abbia a malapena sfiorato i punti del programma elettorale, e abbia anche generato una certa confusione tra gli addetti ai lavori, tanto che ancor oggi si fatica a comprendere quale sia la sua visione sui beni culturali. Da questi primi sei mesi di governo, infatti, non è emersa una linea strategica: sè parlato quasi esclusivamente dinterventi spot, e i veri problemi (primo tra tutti quello occupazionale) sono stati sin qui affrontati in maniera molto blanda e marginale, con dichiarazioni che hanno lasciato il tempo che hanno trovato. A cominciare da quelle sulle assunzioni, la cui entità cambiava di volta in volta: a luglio Bonisoli dichiarava di ritenere necessario assumere seimila unità di personale, poche settimane dopo palesava lintenzione di voler lanciare un concorso da duemila posti, a settembre informava di aver chiesto al Ministero della Funzione Pubblica un concorso per oltre quattromila posti. La realtà ci pone invece di fronte a una situazione ben diversa: blocco delle assunzioni nella pubblica amministrazione fino a novembre 2019 (è uno degli effetti della manovra del popolo: per risparmiare un centinaio di milioni di euro da destinare a quota 100 e reddito di cittadinanza, viene congelata lassunzione di migliaia di giovani negli enti pubblici, una misura definita gravissima dal presidente dellInps, Tito Boeri) e, dopo, ci saranno in più appena un migliaio di assunti fino al 2021, oltre a circa un centinaio dunità che entreranno con lo scorrimento delle graduatorie del concorso del 2016. Cè da sottolineare che, di qui al 2021, sono previsti tremila pensionamenti al Ministero dei Beni Culturali: si tratta dunità che dovrebbero essere rimpiazzate per effetto del cosiddetto ddl concretezza, un disegno di legge che, se approvato, introdurrebbe il turnover al 100% nella pubblica amministrazione.
Ovvero, per ogni pensionamento ci sarebbe una nuova assunzione, e questo a partire dal 2019. Ma al momento il ddl concretezza è fermo alla Camera da un paio di settimane, e non sono emerse novità dopo lemendamento che sancisce la sospensione delle assunzioni (e che cozza frontalmente col ddl concretezza: è dunque lecito attendersi che ci saranno modifiche). E poi ci sarebbe anche da evidenziare che non una parola è giunta dal ministro o dai sottosegretarî in merito al raddoppio dellIres per le organizzazioni del terzo settore, che includono sia glistituti che assistono i poveri e i bisognosi, sia le fondazioni che promuovo la ricerca, le lettere, le arti, la scienza, la cultura (si pensi a cosa può voler significare unaliquota che passa dal 12 al 24% per una fondazione che eroga borse per le ricerche di giovani studiosi): un raddoppio che, secondo le stime, vale poco più di cento milioni di euro, ma che rischia di creare non pochi danni al settore (oltre che di colpire chi avrebbe bisogno daiuto).

Per il resto, non ci sono novità significative: la distribuzione dei (pochi) fondi risparmiati su 18app è unoperazione di pura ragioneria (forse sarebbe stato meglio avere il coraggio di abolire il bonus per i diciottenni, stante anche la considerazione di Bonisoli secondo cui la cultura non è una mancetta elettorale, ma un investimento, e trovare dunque un modo più interessante per investire, in misure strutturali, i quasi trecento milioni di euro del bonus), la ridistribuzione dei fondi del piano per larte contemporanea è poco chiara (non si comprende cosa sintenda per promozione allestero dellarte contemporanea italiana) e rischia daffossare la GNAM e il MAXXI di Roma, e a fronte di qualche sparuto investimento (i dodici milioni e mezzo di euro per le fondazioni lirico sinfoniche, una goccia rispetto al debito accumulato, gli otto milioni per il FUS, più qualche stanziamento per realtà come Matera 2019, Parma 2020, lAccademia dei Lincei, lIstituto per la storia del Risorgimento e pochi altri) è necessario rimarcare i tagli al contributo per il contenimento della spesa per i musei autonomi e quello ai crediti dimposta per librerie e sale cinematografiche, per un totale di quasi otto milioni di euro. Da segnalare con favore il piano dinvestimenti in materia di sicurezza antincendio da 109 milioni di euro: è vero che si tratta di risorse che afferiscono ai cosiddetti Fondi rinvenienti 2007-2013, tuttavia è positivo che lo stanziamento riguardi la sicurezza dei nostri istituti.

Ma è comunque sempre poco, soprattutto se si pensa che lattuale compagine governativa sè sempre presentata come dedita al più radicale cambiamento, e che negli ultimi centottanta giorni non sè mai parlato di nessuno dei punti programmatici coi quali il Movimento 5 Stelle sè presentato alle elezioni. Nessun cenno alla revisione della riforma Franceschini, nessuna discussione sul problema del volontariato come sostituto del lavoro professionale, di lavoro stesso sè parlato poco e male (e, a proposito, il ministro non sè neanche fatto sentire dopo la grande manifestazione del 6 ottobre), non sè parlato del miglioramento del sistema del mecenatismo culturale italiano (a cominciare dallArt Bonus), e lo stesso dicasi per il miglioramento della fruibilità dei beni culturali, non sè neppure prestata attenzione alla disastrosa situazione in cui versano le biblioteche, men che meno al riconoscimento giuridico dei professionisti della cultura, e non sè mai sfiorato largomento dei servizî aggiuntivi nei musei e della Legge Ronchey. Tutti ambiti che i pentastellati si proponevano di riformare: naturalmente, siamo tutti daccordo sul fatto che in sei mesi sia impossibile dar vita a rinnovamenti risolutivi, ma si tratta comunque dun lasso di tempo ragionevole per impostare una strategia, adottare linee guida, stilare punti programmatici, dotarsi duna road map di massima, intavolare discussioni con gli operatori e con gli addetti ai lavori. O, quanto meno, per degnare duna seppur minima considerazione il proprio programma. È questo ciò che si rimprovera al ministro: la mancanza duna visione. Il risultato è che il sistema dei beni culturali corre il rischio di vivacchiare alla giornata: si potranno magari trarre momentanei beneficî da qualche provvedimento ad hoc, ma senza che venga adottata una strategia di lungo termine, e se scarsa è la propensione a confrontarsi con gli addetti ai lavori, diventa anche molto difficile fronteggiare i numerosi problemi che affliggono il sistema. E se la tendenza consiste nellimpacchettare quelle poche azioni finora intraprese per presentarle come grandi risultati, continuando a rimandare lavvio delle discussioni sui problemi più spinosi, allora sarà forse bene cominciare a considerare lidea dinvertirla fin da subito.

https://www.finestresullarte.info/997n_cosa-ha-fatto-il-governo-per-la-cultura-in-sei-mesi-quasi-niente.php


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