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Brescia, Bigio. Rimettere le cose a posto
Pierluigi Panza
Corriere della Sera - Brescia 5/1/2019

Aggiungere e non sottrarre è la regola aurea dellarte. Larte ha sempre avuto, tra le altre, due componenti: quella di essere unespressione estetica che innesca sentimenti di piacere o dispiacere e quella di essere una testimonianza. La prima dimensione è atemporale: possiamo amare oggi una statua greca più di una di Paladino. Dunque possiamo oggi detestare larte di regime, ma domani chissà. La seconda ci consente invece di documentare il passato, glorioso o inquietante che sia stato: lo abbiamo lì, sotto i nostri occhi, quando usciamo di casa: la città è un territorio della memoria.

Togliere, usare la gomma, nascondere in magazzino è un modo per rimuovere la storia non per fare i conti con essa. Rimuovere una statua significa ottenebrare la sua funzione di monumento, ovvero di memento, ricordo. Cosè stato il fascismo? Se ci sono dei segni in città un bambino si può fare unidea della sua estetica; se tutto è occultato si costruisce una mitologia.

A inizio secolo, a Chambery, rimossero la statua di Rousseau per il più nazionalista La Mettrie: anni dopo dovettero ritirarla fuori dal magazzino. Negli Stati Uniti, oggi, abbattono le statue di Cristoforo Colombo poiché per causa sua (?) iniziò la distruzione dei Nativi americani. Poi alla Georgetown University distruggono i busti dei fondatori perché nellOttocento erano schiavisti: ma va!
Naturalmente, nel gran falò del politically-correct ci può cadere chiunque, un po come ai tempi dellInquisizione: è lo stesso fuoco nel quale, un domani, potrebbero venir divorati coloro che oggi rimuovono le statue o le nascondono. Un errore è stato rimuovere il Bigio; ma nel fuoco della controversia ciò è naturale che accada. Tuttavia, poiché non è stato distrutto, credo che un po di relativismo estetico sia pratica saggia. Ritengo che proprio una giunta di sinistra potrebbe rimettere il Bigio di Arturo Dazzi al suo posto senza timore di essere tacciata di fascismo o cose del genere. Lestetica di Dazzi ci appare oggi fredda e lontana, che è poi ciò che la nostra sembrerà alle generazioni future. La sua attitudine di scultore capace di conciliare classicismo a forme moderne era anteriore al periodo fascista, che vide in lui un artista consono agli ideali di un retorico e magniloquente gigantismo. Così Dazzi divenne uno degli artisti cari al fascismo, come lo fu Piacentini. Ma che facciamo: abbattiamo gli edifici di Piacentini?



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