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Il nazista, il quadro e gli eredi-piazzisti. Settantanni di intrighi
Simone Innocenti
Corriere Fiorentino 5/1/2019

Tutte le lettere, i dispacci e i documenti sullopera rubata che Schmidt rivuole indietro


Se linchiesta sulla sparizione del quadro di Jan van Huysum fosse uno spartito, andrebbe letto in quattro movimenti. Il primo: il furto durante loccupazione nazista di Firenze. Il secondo: la sua ricomparsa, nellofferta di Sothebys, negli anni Novanta a Palazzo Pitti.

Il terzo: un silenzio lungo 13 anni. Lultimo: la sua riapparizione nel 2009 quando un legale tedesco per nome e per conto di un ignoto proprietario tornò a chiedere agli Uffizi due milioni di euro, inviando come prova una foto del quadro che nel frattempo era stato restaurato.

Una composizione complicata, fatta di report dei servizi segreti americani e carteggi della casa dasta, degli Uffizi, del Ministero degli Esteri e di studi legali allinterno di una vicenda lunga 74 anni che si snoda tra lAmerica, la Germania, la Svizzera, lInghilterra e lItalia.

Questa storia inizia negli anni Cinquanta, quando Rodolfo Siviero il primo monument man della storia dellarte rintraccia nellabitazione americana di un militare della 362esima Divisione tedesca due capolavori del Pollaiolo: Ercole e Idra e Anteo. Entrambi sono spariti dagli Uffizi durante il periodo nazista. La traccia americana porta Siviero a Monaco: un altro militare nazista riconsegna cinque quadri che erano stati nascosti alla Villa di Montagnana, nel 1940. Si tratta del solito deposito dove allinizio della guerra il quadro del pittore olandese viene portato per sfuggire alle razzie.
Il furto

Nel 1943 lopera viene spostata nella villa Bossi Pucci, a Firenze: i militari dellesercito tedesco in ritirata lo prelevano insieme ad altre opere per trasferirlo a Castel Giovio, a Bolzano. La cassa in cui si trova il Vaso di Fiori di Palazzo Pitti viene forzata. Il quadro se lo prende come è stato accertato recentemente da uninchiesta dei carabinieri del Tutela Patrimonio Culturale Herbert Stock, caporalmaggiore della Wehrmacht del settore logistica. Lopera viene spedita in Germania, come un normale pacco. Ultima traccia in una lettera, finita agli atti, che il nazista scrive alla moglie nel luglio del 1944: Ho un bel quadro di fiori. Qua si può spedire una volta al mese. Lo spedisco a Otto. Penso che starebbe bene con una cornice dorata. Spero che sia di tuo gusto. Per 50 anni nessuno saprà più nulla.
La prima offerta

Poi nel giugno del 1991 la casa daste inglese Sothebys scrive a Palazzo Pitti: Siamo stati incaricati di offrire in vendita la natura morta di Jan van Huysum che, da quanto ci risulta, è stata rimossa da Palazzo Pitti durante la Seconda Guerra Mondiale. Come lei saprà la politica di Sothebys prevede di non mettere in vendita proprietà che risultino essere scomparse, o delle quali è altrimenti noto che siano state rubate, durante la Prima o la Seconda Guerra Mondiale, anche se tutte le pretese legali al riguardo possono essere decadute, senza offrirle prima in vendita al loro primo proprietario. Offerta: 177.800 sterline. Nel dicembre del 1991 la casa daste scrive ancora a Palazzo Pitti per sollecitare una risposta.
La pista svizzera

Negli archivi della Galleria degli Uffizi la documentazione poi finita agli atti dellindagine coordinata dal procuratore Giuseppe Creazzo è corposa. Gli Uffizi attivano i canali governativi e quelli diplomatici: è la filiale di Zurigo della casa daste londinese a entrare in scena. Per mesi in Italia si pensò sbagliando che quel quadro fosse stato venduto a unasta in Svizzera. A seguito delle indagini condotte presso la Sothebys per il tramite legale dellambasciata di Londra si legge in un report del ministero datato luglio 1992 è emerso che il quadro si troverebbe attualmente a Zurigo, in possesso di un cittadino svizzero per atto di successione ereditaria. La diplomazia si mette dunque al lavoro. In un report del Ministero degli Affari esteri datato agosto 1992 si fa un resoconto di ciò che è accaduto attorno al quadro: Lattuale possessore di cui il responsabile Sothebys di Zurigo, per motivi di comprensibile riservatezza, non ha voluto rivelare lidentità avrebbe ricevuto il quadro per eredità, trovandosi poi in difficoltà finanziarie. Il responsabile di Sothebys ha voluto assicurare piena disponibilità a svolgere un ruolo di mediazione tra le parti. Di fatto non accade nulla, anzi latteggiamento della casa daste stando allinchiesta non è per niente collaborativo. La riprova sta in una lettera riservata che un alto funzionario degli Uffizi siamo nel 1993 scrive al Ministero quanto meno per valutare la possibilità dellacquisito al prezzo oggettivamente assai vantaggioso che Sothebys propone. La risposta del Ministero è secca: occorre bloccarne la vendita e contestualmente chiederne la restituzione.

Lo scenario cambia pochi mesi dopo. Un funzionario ministeriale fiorentino nel 1993 scrive al direttore di una banca a Monaco di Baviera: Il quadro venne segnalato a chi le scrive da una sua collega che aveva saputo come la tela, nelle mani di una persona di Monaco, sarebbe stata posta in vendita. (...) Le sarei grato se Lei potesse comunicarmi il nome del proprietario dellopera. La risposta del bancario è eloquente: Il dipinto mi fu sottoposto per una perizia. I nostri consulenti legali ci dissero che in base alla legge tedesca la questione era caduta in prescrizione. Ho comunicato il nome del proprietario alla polizia giudiziaria della Baviera, che forse può rispondere alle sue domande. Nessuna risposta è mai arrivata. Come nessun risultato portò unindagine sul quadro della Procura diretta negli anni Novanta da Ubaldo Nannucci.
Gli ultimi tentativi

Sembrava finita qua. E invece nel 2009 due legali tedeschi sono tornati nuovamente a battere cassa agli Uffizi. Lo hanno fatto con almeno cinque lettere e fino al 2015. Solo che questa volta la magistratura ha messo sotto inchiesta quattro persone con il reato di tentata estorsione. Tra di loro ci sono gli eredi del caporalmaggiore nazista che rubò il quadro e i due professionisti che tra il 2009 e il 2015 hanno trattato le fasi della proposta di acquisto. Le autorità tedesche attraverso la rogatoria internazionale partita dalla Procura conoscono esattamente gli ultimi passaggi della vicenda. Compresa la richiesta economica da parte dei professionisti. Che in un primo momento offrono il quadro per due milioni di euro e poi fanno scendere il prezzo a oltre un milione. Nel mezzo, oltre allinchiesta, la solita mole di documentazione tra la Soprintendenza e il Ministero delle Belle Arti. Come una nota dellallora soprintendente Cristina Acidini che ribadisce il concetto espresso nellarco di tutti questi anni: La legge italiana vieta lacquisto di opere trafugate. Dobbiamo bloccarne la vendita e dobbiamo farcelo restituire. Vedremo come andrà a finire mentre carabinieri e magistratura continuano a indagare.




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