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Manovra 2019, quella norma sulle dismissioni che taglia fuori le Soprintendenze
Agcult 14/1/2019

Nel caso di cessione di beni culturali non sarà più il Mibac a valutare la compatibilità degli interventi edilizi con laccordo di valorizzazione ma il Comune dove ha sede limmobile

Nella Legge di Bilancio 2019 cè una norma, nel piano di dismissioni del patrimonio immobiliare pubblico, che non ha raccolto la giusta attenzione di politici e commentatori. Si tratta della possibilità di cedere un immobile pubblico di interesse culturale senza che le Soprintendenze possano esprimersi sul rispetto dellaccordo di valorizzazione sottoscritto tra la pubblica amministrazione e il nuovo proprietario. Una volta conclusi gli interventi sul bene, questo compito di controllo viene affidato ai Comuni.

Sia chiaro, non parliamo di quei beni indisponibili (beni archeologici insieme a quelli previsti dallart. 54 del Codice dei Beni culturali), ma di tutti quei beni che, pur considerati di interesse culturale, rientrano nella lista del patrimonio che può essere commercializzato.

COME FUNZIONA OGGI

Finora, le dismissioni avvengono con un accordo di valorizzazione in cui possono rientrare anche i beni culturali. Esiste infatti una categoria di immobili esclusi, come detto, quelli inalienabili che può essere ceduta senza perdere la qualifica di bene culturale. In questi casi, si procede con un accordo di valorizzazione in cui il Mibac pone dei paletti e condizioni, in cui di fatto si giustifica anche il perché limmobile viene ceduto. Con la Legge di Bilancio 2019 questa parte resta. Viene superata invece la parte che, a posteriori, affida alle Soprintendenze la verifica del rispetto dellaccordo e della natura dellimmobile.

Poniamo, ad esempio, che laccordo alla base dellalienazione di un bene preveda una valorizzazione dellimmobile attraverso un nuovo utilizzo come centro culturale e con una parte destinata alla ricettività con finalità turistiche. Oggi, una volta realizzato lintervento, la Soprintendenza deve verificare e certificare che gli interventi eseguiti siano compatibili con quellaccordo di valorizzazione sottoscritto a monte e che abbiano rispettato la natura dellimmobile e le sue caratteristiche storico-artistiche.
COME FUNZIONERA DOMANI

Con la nuova norma contenuta nella Manovra, invece, dopo laccordo di dismissione dellimmobile, la Soprintendenza scompare perché si afferma al comma 431(*) che gli interventi edilizi (di trasformazione dellimmobile) se conformi dal punto di vista urbanistico alle destinazioni previste dagli strumenti di pianificazione sono assentibili in via diretta. Vale a dire, non richiedono lintervento di altre amministrazioni, ivi compresa la Soprintendenza. Lok finale, quindi, lo dà solo il Comune dove ha sede limmobile.

La norma potrebbe rientrare in un piano di semplificazione burocratica, ma porta con sé evidenti criticità. A cominciare dal fatto che si toglie a un soggetto, con caratteristiche tecniche e scientifiche in grado di valutare questo tipo di interventi, il compito di verifica e lo si affida ad amministrazioni che non sempre accolgono al loro interno le professionalità adeguate a questo compito, soprattutto nel caso dei Comuni più piccoli. Va anche detto che, ancorché esistano tutti gli strumenti per reagire a posteriori ad eventuali errori o negligenze, il rischio evidente è quello di rincorrere un obiettivo che si sarebbe potuto ottenere lasciando il via libera finale alle Soprintendenze.

IL PRECEDENTE

Una misura simile anche se in quel caso il clamore fu ampio arrivò vicina allapprovazione lanno scorso, nel corso dellesame della Legge di Bilancio 2018, lultima del governo Gentiloni. In quella circostanza, un emendamento del governo alla Manovra prevedeva che, nel caso di cessione diretta di un bene immobile dello Stato ad uno Stato estero, lAgenzia del Demanio fosse autorizzata a cedere il bene con decreto del presidente del Consiglio dei ministri di concerto con il ministro dei Beni culturali e del turismo, nellipotesi si trattasse di immobili appartenenti al demanio culturale e fermo restando quanto previsto dal Codice dei beni culturali e del paesaggio.

Proprio quella dicitura (fermo restando quanto previsto dal Codice dei beni culturali) che manca nella Manovra e che finisce per mettere in discussione il ruolo delle Soprintendenze. E non è neanche sufficiente il comma 424 che recita le cessioni sono disciplinate dalla normativa vigente e nel rispetto del codice dei beni culturali e del paesaggio perché riguarda, appunto, le cessioni e quindi il regime di inalienabilità e gli accordi, non i successivi interventi sugli immobili.

Ma tornando al caso della precedente legislatura, si trattava della possibilità di vendita di un solo bene, ed in particolare di Palazzo Caprara in via Venti Settembre, già sede dellufficio di stato maggiore della difesa che sarebbe passato al Qatar. Per bloccare quella norma, che fece saltare sulla sedia molti commentatori dellepoca, scese direttamente in campo a quanto apprende AgCult lallora ministro dei Beni culturali Dario Franceschini, che fece ritirare lemendamento dellesecutivo. Il rischio era proprio che pur prevedendo la norma lassenso del ministro dei Beni Culturali una volta ricevuto quel via libera si sarebbe potuto procedere alle dismissioni senza ulteriori verifiche. Un rischio che sembra assai più concreto oggi con la norma contenuta nella Legge di Bilancio attuale.



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