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Trento. «Artisti e ricercatori nel quartiere di Piano»
Enrica Ferro
Corriere del Trentino 31/1/2019

«Luoghi di residenza per professori o ricercatori» e «un paio di residenze artistiche, magari con atelier al piano terra». Questa la visione di Lanzinger, direttore del Muse, per il quartiere delle Albere.

TRENTO. Michele Lanzinger, direttore del Muse, è opinione unanime, nell’ambito del dibattito sul quartiere Le Albere, che l’elemento di maggior successo in tale contesto sia proprio il museo che lei guida. Che ne pensa?

«Indubitabilmente il Muse, grazie a un progetto architettonico e culturale efficace, si è trasformato in un museo vincente per la città e ormai di riferimento internazionale: settimanalmente riceviamo delegazioni che vengono a indagare sui nostri metodi e sul funzionamento della struttura. Vogliamo mantenere questo ruolo, che non è scontato ma risiede nella capacità di inventarsi come soggetto culturale all’interno di una comunità e di altri ambiti, come quello del turismo culturale».

Come si posiziona il Muse nel quartiere progettato da Renzo Piano?

«In questi anni non abbiamo trovato occasioni rilevanti di relazione tra la mission del museo e le funzioni che un quartiere può esprimere. Ricordo la Notte dei ricercatori del 2015, ma altre iniziative specifiche non sono state messe in campo: siamo aperti, tuttavia, alla co-progettazione di eventi o situazioni in rapporto con i parchi o altre zone del rione».

Quale identità potrebbe assumere, dunque, questa porzione di città?

«Alla dimensione culturale espressa dal complesso Muse-Palazzo delle Albere potrebbe essere affine, ad esempio, la possibilità di avere luoghi di residenza non per studenti, ma destinati a professori o ricercatori che arrivino magari anche dall’estero con un incarico di insegnamento a termine oppure l’assegnazione, attraverso un meccanismo di cofinanziamento, di un paio di appartamenti a residenze artistiche, magari con un atelier al piano terra, che possano tradursi in progetti culturali con il Mart o la Galleria civica. Si tratta di elementi che potrebbero creare relazioni di qualificazione».

Si potrebbe pensare dunque a un quartiere della conoscenza?

«Certo. Anche per la sua connessione, benché divisa dalla ferrovia, con la sede del dipartimento di Lettere a nord e la biblioteca d’ateneo a sud. Ci sentiamo un po’ isolati tuttavia: l’ingresso al quartiere costituito da un sottopasso anonimo fiancheggiato dai ruderi delle case rustiche di servizio al Palazzo delle Albere (le cosiddette Barchesse, ndr ) meriterebbe più attenzione. È tempo, inoltre, di riprendere la riflessione sullo stadio Briamasco, struttura impropria in questo contesto urbano».

Roberto Ferrari, ex presidente dell’Ordine degli architetti, sul Corriere del Trentino di domenica ha definito gli orti tematici del Muse uno «sfregio» al giardino della villa-fortezza dei Madruzzo: cosa risponde?

«Gli orti del Muse, realizzati in occasione dell’Expo nel 2015, costituiscono uno degli elementi di grande fruizione e vivacità di un prato che ci è stato consegnato assolutamente anonimo, non frequentato né interpretato. Dopo più di vent’anni di funzione accessoria al Palazzo, sono noti molti “esercizi di stile” e disegni di architetti prodotti nei secoli, ma non c’è un disegno definito di una destinazione a giardino che possa essere soggetto a valutazione e interpretazione: la nostra, ovviamente migliorabile, punta a sostituire una rappresentazione estetica con una dei temi legati alla biodiversità della produzione alimentare e agricola locale e internazionale, offrendo quindi una raffigurazione forse più vicina all’orto dei semplici cinquecentesco. Su quell’area, peraltro, verrà realizzato il planetario “Muse H2O”».

Cosa ha significato l’edificio odierno per l’allora Museo tridentino di scienze naturali?

«Un salto di paradigma. Tengo a sottolineare che tra forma e funzione esiste un rapporto che nasce da una predisposizione congiunta: sono stati sviluppati entrambi assieme a Renzo Piano e al suo team dai ricercatori e mediatori culturali del museo, che alla progettazione geniale dell’architetto genovese hanno dato un contributo fondamentale. Se nella fase di avvio del progetto per Le Albere, infine, anziché a un centro commerciale o a un cinema multisala, sia stato chiesto al nostro museo di elaborare un progetto, è perché aveva dimostrato delle potenzialità».



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