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Settis: «Sette opere di misericordia. Giusto dire no allo spostamento»
Mirella Armiero
Corriere del Mezzogiorno - Campania 12/3/2019

Sul caso delle Sette Opere della Misericordia di Caravaggio (chiesta in prestito dal museo di Capodimonte) Salvatore Settis non ha dubbi: «Sono assolutamente per il no, ma soprattutto vorrei conoscere le argomentazioni di chi è per il sì». Quindi è convinto? «Certo. L’opera va vista nel suo contesto, naturalmente ben venga il collegamento con la mostra di Capodimonte, questo è il vero significato della valorizzazione».

Napoli. «Il partito del no? Ma che significa? Ci sono quelli che dicono sempre di sì e allora come dovremmo definirli... servili? Penso sia meglio evitare di insultarsi a vicenda e capire quali sono gli argomenti pro e contro. Il degrado della vita pubblica in Italia è dato spesso dal fatto che non si ragiona, ma si prende posizione a priori».

L’archeologo Salvatore Settis, ex direttore della Normale di Pisa, accademico dei Lincei e membro del Consiglio Scientifico del Louvre, è da anni impegnato nella difesa dei beni culturali ed è stato uno dei primi a cercare di arginare la tendenza a dividere la «tutela» dalla «valorizzazione». Una divisione che in questi anni ha portato la politica a privilegiare spesso la valorizzazione, con l’intento prima di tutto di far «fruttare» il nostro patrimonio, per esempio con l’incremento delle mostre e degli eventi effimeri, proposti con campagne di marketing. E sul caso delle Sette Opere della Misericordia di Caravaggio (chiesta in prestito dal museo di Capodimonte) Settis non ha dubbi: «Sono assolutamente per il no, ma soprattutto vorrei conoscere le argomentazioni di chi è per il sì. Spostare un capolavoro così delicato dal luogo in cui è nato non ha molto senso. Meno si muove meglio è». Quindi è convinto? «Certo. L’opera va vista nel suo contesto, naturalmente ben venga il collegamento con la mostra di Capodimonte, questo è il vero significato della valorizzazione. La valorizzazione deve essere proposta sul piano culturale, non su quello economico. Lo spiega bene l’articolo 6 del Codice dei Beni culturali. Chi non lo conosce lo vada a leggere prima di parlare».

Nel 2002 Settis mandava in stampa un prezioso libretto, Italia Spa. L’assalto al patrimonio cultural e in cui stigmatizzava appunto la commercializzazione della nostra storia e della nostra cultura. Era l’epoca del berlusconismo e delle cartolarizzazioni, ma poi con l’avvento della sinistra non è cambiato molto.

Come vanno oggi le cose in Italia rispetto a quel primo allarme? «Molto peggio. Prima di tutto perché in generale gli organismi della tutela si sono indeboliti in tutta Italia. Le soprintendenze, gli uffici statali sono sempre meno, con meno personale, hanno molto da fare e quindi sono più lenti nel dare risposte e nell’esaminare le questioni. La seconda questione è invece proprio quella culturale: ormai è diffusa una intollerabile considerazione generale, quella cioè che la valorizzazione, intesa appunto come valorizzazione sul piano economico, sia la priorità assoluta».

Settis, chiarisce, è sulle posizioni di Montanari: «Sottoscrivo le sue stesse parole». E sulla riforma Franceschini? La ritiene un totale fallimento? «Non tutti i direttori nominati da Franceschini si sono comportati allo stesso modo. Ho appena visitato a Firenze la mostra su Verrocchio a Palazzo Strozzi e al Bargello. Questo museo ha prestato alcune opere ma ha lasciato in sede quello che era bene non spostare, in collaborazione con Palazzo Strozzi. Un esempio di equilibrio e intelligenza».

Intanto, per Napoli si lavora per una soluzione condivisa da Bellenger e dal ministro Bonisoli. Potrebbe essere quella di una riproduzione in alta tecnologia dell’opera da allestire a Capodimonte, con buona pace dei signor sì.



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