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Ma quanto è sicuro il nostro patrimonio?
Paolo Conti
Corriere della Sera 26/3/2019

Siti archeologici, chiese antiche, monumenti unici
Siamo consapevoli di vivere in un paradiso d’arte, però molti nutrono dubbi sulle reali forme di tutela
Una ricerca svela quanto conosciamo i tesori di casa

Kahlil Gibran, grande poeta, libanese di nascita e americano per scelta, scrisse: «L’arte degli italiani sta nella bellezza». Solo apparentemente può sembrare un’ovvietà. La sostanza è autentica: l’arte del nostro Paese sta davvero in quella bellezza diffusa che costituisce un unico paesaggio composto dagli splendori naturali, dall’opera urbanistica e architettonica umana, dai frutti di un estro creativo multiforme, figlio di quel miracoloso, irripetibile equilibrio estetico. Dire Italia è indicare tutto questo: una sintonia tra natura e mano dell’uomo.

La Fondazione Enzo Hruby ha commissionato all’Istituto Astra ricerche un’indagine demoscopica mai tentata prima: capire quale sia la «percezione» del patrimonio culturale del Paese da parte di noi italiani. E quale sia il loro rapporto con una bellezza che il mondo considera in larga parte patrimonio dell’umanità. Infatti l’iniziativa editoriale della Fondazione (nata nel 2007 per iniziativa della famiglia Hruby e di Hesa spa, azienda italiana che dal 1974 fornisce apparecchiature e tecnologie avanzate per la protezione e la sicurezza) si intitola «Il tesoro più grande/Come gli italiani pensano, tutelano e valorizzano il patrimonio culturale». Parliamo di 3.874 musei, 240 aree archeologiche, 501 monumenti e complessi monumentali, il principale pilastro della nostra identità nazionale e, insieme, la ragione stessa per cui l’Italia resta alla guida dei Paesi che hanno la maggior quantità di beni considerati dall’Unesco come Patrimonio dell’intera umanità. Eppure si tratta di un forziere di meraviglie troppo spesso mal custodito e non messo in sicurezza, esposto a furti, a danneggiamenti, ad atti di vandalismo o a danneggiamenti accidentali.

Cosa emerge? La città d’arte preferita dagli italiani, quella che rappresenta al meglio il nostro Paese nel sentimento diffuso, è Roma, con l’84,5% delle preferenze. Segue Firenze con il 28,4% e poi, ex aequo, Pisa e Milano. Naturalmente il Colosseo, con il 60,1% delle indicazioni, è il monumento scelto dagli italiani come il più rappresentativo del patrimonio nazionale.

Meno di un intervistato su tre ritiene che il patrimonio artistico nazionale sia valorizzato e tutelato come dovrebbe anche dal punto di vista della sicurezza: più dell’80% degli intervistati indica la necessità di un maggior livello di protezione per i nostri beni artistici. Il 65,8% degli italiani si dichiara «orgoglioso» delle bellezze del Paese, ma solo il 34,3% avverte complessivamente il senso di appartenenza a una nazione. I residenti in Lazio, Umbria e Molise, secondo la ricerca, dimostrano un maggior amore per la propria regione, con una media dell’8,36; superiore al 7,23 del Nordovest e al 7,52 del Sud.

L’indagine ha dato vita a una parallela iniziativa editoriale della Fondazione Hruby, «Il tesoro più grande», volume curato da Salvatore Vitellino, con le riflessioni di addetti ai lavori e di esponenti del panorama culturale italiano, soprattutto di chi è impegnato nella tutela e nella valorizzazione — tra cui Eike Schmidt, Evelina Christillin, Tiziana Mattei, Andrea Erri, Pier Luigi Vercesi, Luca Nannipieri.

Roma (con il Colosseo) è in testa alle preferenze degli italiani; quindi Firenze, poi Milano, alla pari con Pisa. Molti sono preoccupati dai vandalismi e dall’incuria che regna in tante città

Emerge, dalle analisi, la necessità di far crescere la conoscenza del Patrimonio. Scrive nella prefazione al volume Franco Bernabè, presidente della Commissione italiana per l’Unesco: «Proteggere, salvaguardare e valorizzare un patrimonio immenso, stratificato e capillarmente diffuso su tutto il territorio italiano è un compito arduo che richiede molte risorse e un impegno da parte delle istituzioni pubbliche e private e degli stessi cittadini. Un compito su cui da anni si ragiona a tutti i livelli istituzionali, ma che non può prescindere da una presa di coscienza diffusa e collettiva. Non può esserci valorizzazione del nostro patrimonio senza un programma organico di protezione. E la prima forma di protezione è la conoscenza».

Ecco il punto: difficile amare ciò che si conosce poco. Temi trattati anche nell’intervento di Carlo Hruby che affronta la vasta questione della messa in sicurezza con dati, cifre, approfondimenti. Ma è forte l’allarme che lancia per il futuro: «Non possiamo pensare che un giovane un domani vada a visitare un museo, oppure pensi di investire nella sicurezza di un bene culturale, se non gli facciamo capire l’importanza di conoscere, di amare e proteggere il nostro inestimabile patrimonio. La prima forma di tutela è la conoscenza: sapere che esiste un bene, cos’è e quando è stato fatto, e che cosa rappresenta per la memoria del Paese… solo attraverso la conoscenza e il coinvolgimento può aumentare la sensibilità e l’attenzione verso il tema della sicurezza».

Dal resto del mondo però arrivano conferme di quanto l’Italia venga vista consapevolmente come luogo d’arte. Lo spiega nel volume Eike Schmidt, direttore degli Uffizi: «Per spiegare il successo dell’immagine dell’Italia all’estero, e qui parlo da storico dell’arte, va detto che nessun Paese al mondo ha un intreccio millenario e così fruttuoso di storia, tesori artistici e natura, diffuso in maniera capillare sul tutto il territorio».

Dal suo occhio esterno di direttore tedesco di uno dei massimi musei italiani arriva un’annotazione: «La mia opinione, che nasce anche dall’esperienza pregressa in istituzioni museali all’estero, è che gli italiani abbiano una valutazione corretta del loro patrimonio, che sappiano di appartenere a un Paese artisticamente privilegiato. Ho notato per esempio che i viaggiatori italiani, nei musei esteri, cercano subito e primariamente le collezioni italiane e solo dopo passano ad ammirare artisti locali o comunque non italiani».

Forse, siamo più consapevoli e attenti al patrimonio della bellezza di quanto non ammettiamo con noi stessi.




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