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Nel decreto crescita misure pericolose per i beni culturali
Giuliano Volpe
The Huffington Post 4/4/2019

L'annunciato decreto sulla crescita, dal quale si attende una ripresa dell'economia nazionale, prevede interventi nel campo del patrimonio culturale. Bene direte voi: finalmente si investe sul patrimonio culturale che certamente rappresenta non solo una peculiarità dell'Italia e una grande leva di crescita culturale e civile anche una straordinaria opportunità di lavoro qualificato, di sviluppo sostenibile, di economia pulita.

No, non è così! In realtà il documento allo studio del ministro Tria prevede qualcosa nel campo del patrimonio culturale, ma nel senso che si potranno apportare modifiche ai beni culturali anche senza una autorizzazione delle Soprintendenze. Nello specifico si prevede che:

"negli anni 2019 e 2020, l'autorizzazione prevista dall'articolo 21, comma 4, del decreto legislativo 22 gennaio 2003, n. 42, relativa agli interventi in materia di edilizia privata, è rilasciata, in deroga a quanto previsto dall'articolo 22, comma 1, del medesimo decreto legislativo 42 del 2004, entro il termine di 90 giorni dalla ricezione della richiesta da parte della soprintendenza. Decorso tale termine, in caso di mancato riscontro della Soprintendenza l'autorizzazione si intende acquisita".

Cosa significa esattamente, al di là del burocratese? Significa che qualsiasi intervento su un edificio dichiarato bene culturale (non parliamo quindi di generici edifici), ai sensi del Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio (appunto il decreto legislativo 22 gennaio 2003, n. 42), potrà essere liberamente effettuato dal proprietario se entro 90 giorni non arriva il parere della Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio competente nel territorio nel quale ricade quel bene culturale. E visto che si tratta genericamente di non specificati 'interventi in materia di edilizia privata' sarà anche possibile, paradossalmente (ma neanche tanto), abbattere un edificio storico per realizzare una palazzina.

Si introduce una pericolosa deroga al Codice che all'articolo 21, comma 4, prevede, appunto, che:

"l'esecuzione di opere e lavori di qualunque genere su beni culturali è subordinata ad autorizzazione del soprintendente".

In realtà il Codice prevede già un limite temporale per la risposta della Soprintendenza, fissato in 120 giorni, che può essere prolungato ulteriormente nel caso in cui la Soprintendenza richieda ulteriore documentazione per un approfondimento tecnico o ritenga necessari accertamenti tecnici:

"art. 22: 1. Fuori dei casi previsti dagli articoli 25 e 26, l'autorizzazione prevista dall'articolo 21, comma 4, relativa ad interventi in materia di edilizia pubblica e privata è rilasciata entro il termine di centoventi giorni dalla ricezione della richiesta da parte della soprintendenza. 2. Qualora la soprintendenza chieda chiarimenti o elementi integrativi di giudizio, il termine indicato al comma 1 è sospeso fino al ricevimento della documentazione richiesta. 3. Ove la soprintendenza proceda ad accertamenti di natura tecnica, dandone preventiva comunicazione al richiedente, il termine indicato al comma 1 è sospeso fino all'acquisizione delle risultanze degli accertamenti d'ufficio e comunque per non più di trenta giorni. 4. Decorso inutilmente il termine di cui ai commi 2 e 3, il richiedente può diffidare l'amministrazione a provvedere. La richiesta di autorizzazione si intende accolta ove l'amministrazione non provveda nei trenta giorni successivi al ricevimento della diffida".

Con il decreto sulla crescita invece scatterà, dopo 90 giorni, il 'silenzio-assenso'. Un sistema più volte tentato e anche introdotto ma sempre contestato perché rappresenta un modo rozzo e sbrigativo di affrontare un problema reale.

Con i decreti Madia sulla riorganizzazione della pubblica amministrazione, nel 2015, si introdusse il silenzio-assenso, che in quel caso riguardava solo gli Enti pubblici, non i privati. E anche in quel caso si sollevò una giusta protesta. Il Consiglio Superiore 'beni culturali e paesaggistici', allora presieduto da chi scrive, approvò una mozione nella quale si ribadivano concetti ancor di più validi oggi:

"Il silenzio-assenso, infatti, rischia di compromettere profondamente le procedure di tutela e quindi la missione stessa del MiBAC(T): se è vero che la tutela è impropria se non è finalizzata alla valorizzazione, è ancor più vero che non può esserci valorizzazione senza tutela. Il silenzio-assenso è uno strumento rozzo e pericoloso, rappresenta una risposta sbagliata ad una esigenza giusta e risulta inefficace per contrastare pratiche corruttive. In un campo tanto delicato, come quello della tutela e valorizzazione del patrimonio culturale e paesaggistico, è assolutamente necessaria una valutazione tecnica esplicita da parte degli uffici competenti, anche per ribadire l'esigenza di una loro responsabilizzazione in scelte così importanti per il patrimonio dell'intera comunità nazionale e mondiale".

E molti altri furono gli interventi del Consiglio e di associazioni e comitati. In questo caso il Consiglio Superiore non potrà esprimersi, semplicemente perché da giugno scorso se ne attende la ricostituzione, che finalmente pare prevista nei prossimi mesi.

La procedura del silenzio-assenso porta con sé anche evidenti rischi di corruzione. È sufficiente, infatti, che un funzionario 'poco attento' dimentichi un fascicolo o lo metta in basso nella pila che immaginiamo invaderà ogni scrivania delle Soprintendenze, in modo che trascorrano i fatidici 90 giorni e il gioco è fatto. E sarà facile giustificarsi con l'insostenibile aggravio di lavoro!

È giusto ed è direi proprio di uno Stato di diritto attento alle esigenze dei cittadini garantire in tempi brevi autorizzazioni e pareri da parte delle Soprintendenze per poter effettuare dei lavori pubblici o privati, ma tale legittimo diritto andrebbe garantito innanzitutto con l'irrinunciabile dovere di proteggere e tutelare il patrimonio culturale, secondo quanto previsto dall'art. 9 della Costituzione, che affida questo compito alla Repubblica (cioè a tutto l'insieme delle nostre istituzioni repubblicane e, soprattutto, alla comunità dei cittadini intesa come res publica).

Per garantire tempi rapidi servirebbe molto più personale, più mezzi, più risorse, servirebbe un sistema informativo nazionale capace di censire e monitorare l'intero patrimonio culturale, servirebbe rafforzare le soprintendenze uniche territoriali, introdotte con le riforme Franceschini proprio per garantire un parere unico (in precedenze bisognava richiedere 2-3 pareri a soprintendenze diverse, che spesso davano risposte diverse, non di rado in conflitto tra loro) e per essere più vicini ai cittadini.

Bisognerebbe, cioè, anche modificare la mentalità burocratica a lungo imperante nel mondo della tutela (e in certi ambienti ancora viva), stabilendo sempre più un dialogo e una collaborazione con i cittadini e gli enti locali, in modo da indirizzare preventivamente e concordare gli interventi sul patrimonio culturale, riducendo i tempi di realizzazione e la conflittualità e garantendo la tutela del bene.

Questo decreto sulla crescita va invece in direzione opposta perché introduce il silenzio-assenso addirittura per i lavori edili condotti su edifici storici privati.

Così, mente il ministro Alberto Bonisoli con la sua (ennesima) riorganizzazione del MiBAC dice di voler rafforzare le soprintendenze e la tutela, sulle soprintendenze, ancora in forte deficit di personale e mezzi, si abbatteranno centinaia di richieste di autorizzazioni alle quali si dovrà rispondere improrogabilmente entro 90 giorni. Le annunziate nuove assunzioni, infatti, non arriveranno prima di qualche anno, mentre queste nuove procedure saranno in vigore immediatamente negli anni 2019-2020.

Ma i paradossi sono vari, tipici di un momento alquanto schizofrenico per le contraddittorie misure mette in campo. Mentre il governo vara un decreto crescita e uno sblocca-cantieri, il MiBAC negli ultimi tempi si è affannato a bloccare molti cantieri già in corso.

Qualche esempio tra i tanti: a Foggia un grande parco archeologico urbano, con un progetto vincitore di un bando internazionale, con un importo di 7 milioni di euro, regolarmente autorizzato dalla Soprintendenza, è fermo da mesi bloccato dal Direttore Generale del MiBAC. A Castel del Monte, sito UNESCO, lavori di sistemazione per 5 milioni, già appaltati, sono stati bloccati dallo stesso DG. A Ferrara si è bloccato il progetto di Palazzo Diamanti, anche in questo caso esito di un bando internazionale e già approvato dalla Soprintendenza, sempre per iniziativa del solerte DG.

Per non parlare della stazione della metropolitana di Piazza Plebiscito di Napoli per le ormai celebri griglie, che vede un conflitto con il Comune a suon di ricorsi a TAR (due già vinti contro il MiBAC). Basterebbe risolvere tali contraddizioni per far ripartire decine di cantieri!



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