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Firenze, Poggio Imperiale. La Villa del potere femminile
Roberto Barzanti
Corriere Fiorentino 25/4/2019

Fu Maria Maddalena dAustria, vedova di Cosimo II de Medici, a battezzarla, nel maggio 1624, Villa Imperiale e la sua solenne magnificenza apparve da subito così integrata nel paesaggio che lattributo fu mutuato dal poggio dove sorgeva, a un chilometro da Porta Romana, non lontano dal giardino di Boboli e da Palazzo Pitti, al termine di uno Stradone in lieve ascesa che le conferiva lattrazione di una meta da scoprire. Quanto a passaggi di proprietà e interventi edilizi già ne aveva subiti un visibilio fino ad assumere lassetto che oggi sfoggia. Limpianto planimetrico a U è il risultato di un progetto voluto da Pietro Leopoldo, che, tre giorni dopo aver messo piede nella capitale del Granducato, nel 1765, elesse lImperiale a sede e simbolo di un potere nuovo. E seguì di persona, con la pignoleria di un direttore dei lavori, la realizzazione del progetto elaborato da Niccolò Maria Gaspero Paoletti, fedele interprete della pacata razionalità duna cultura che mirava a simmetrico rigore e distesa eleganza.

Capolavoro fu il vasto salone da ballo dun bianco abbagliante, impreziosito da raffinatissimi stucchi. La trasformazione di un organismo nato come bellicoso fortilizio della potente famiglia dei Baroncelli e confiscato da Cosimo I per farne dono alla figlia Isabella, aveva comportato una progressiva riduzione della rigogliosa naturalità dei giardini e dei boschi che lo circondavano, ma senza distruggere un armonioso inserimento. Il definitivo disegno della facciata, concepito da Giuseppe Cacialli in periodo di Restaurazione, è meno originale rispetto a quello proposto dal suo predecessore, lattivissimo Pasquale Poccianti: eppure trasmette paradigmaticamente lambizione dordine allora in auge. Insomma ogni governo ha lasciato il segno sicché lantologia di opere che si squaderna allinterno rimanda, talvolta per minimi dettagli, tendenze e propensioni di epoche e dinastie. A dire il vero il fine primo della volitiva Maria Maddalena era che il fascinoso complesso architettonico rimanesse in perpetuo a disposizione delle granduchesse dEtruria. Il generoso desiderio non ha avuto un coerente seguito, ma non è inesatto dire che nella sostanza la Villa è stata, e a suo modo è, uno spazio di potere femminile, una fiera rivendicazione di feconda differenza. Lagile libro che raccoglie i saggi di Andrea Ragazzini, Riccardo Spinelli e Elvira Valleri ed un ampio corredo illustrativo (La Villa di Poggio Imperiale Una reggia fiorentina nel patrimonio Unesco , pp. 143, 16, Edizioni Polistampa, Firenze 2018) ha la fluida scorrevolezza di un racconto e la puntualità di una cólta spiega.

Ragazzini enumera, passo dopo passo, le complicate vicende costruttive, giovandosi di tutte le fonti consultabili e Spinelli si occupa delle decorazioni e degli oggetti. Nello slargo antistante furono organizzati combattimenti militari e vivaci giostre, mondani balletti e riti religiosi, rappresentazioni teatrali e raffinati concerti: un pezzo di città. Tutto questo armeggiare, tramandato da scrupolose incisioni, ha lasciato uneco. La fantasia di chi è spinto a immaginare lo sfarzoso passato è pungolata da testimonianze che dilatano il luogo avvolgendolo in un mitico alone. Olimpo o Paradiso? I soggetti classici di cicli pittorici si sgranano come in un poema ritmato in canti e son dedicati a deità pagane, a eroine bibliche, a sante e santi del repertorio cattolico in unaffollata contiguità. Litinerario di per sé dimostra quanto sia appropriato il concetto di un lunghissimo Rinascimento, chiuso dalle ottocentesche maniere neogotiche. Dal 1865 la Villa dismise la sua prosopopea e accolse lEducandato statale SS. Annunziata in trasferimento dal Monastero nuovo di via della Scala. Si voltò pagina, ma serbando lesclusiva vocazione femminile e riservando gli spazi opportuni ad una ristretta élite mista, non solo aristocratica. Valleri sottolinea che lattività programmata si distingueva per essere una vistosa e virtuosa anomalia in un contesto nel quale il solo parlare di istruzione, oltre che di educazione delle fanciulle, appariva inusuale, se non quasi rivoluzionario. Pensare che a promuovere lidea di strutturare in chiave laica e pubblica unimpresa che si rifaceva a illustri modelli europei, in particolare francesi, fu il marchese Gino Capponi, il candido Gino cui Leopardi indirizzò strali al veleno! Le privilegiate convittrici avevano in agenda disciplina del corpo e della mente ha sintetizzato Silvia Franchini , istruzione e pratiche religiose, meccanismi di socializzazione, arti comportamentali, istruzione letteraria e scientifica, saperi ornamentali, attitudini utili alla gestione domestica. Leducandato si conquistò una fama straordinaria e pure i fiorentini, che allinizio non lavevano visto di buon occhio, gradatamente presero a considerarlo uneredità da far vivere ad ogni costo. Mantenerlo soltanto per convittrici stabili si è rivelato ben presto uno spreco insopportabile. Così altre funzioni si sono via via aggiunte. Con le scuole annesse (comprensive anche di maschi) gravitano oggi sulla Villa quasi 600 alunni. Il regime di semiconvitto conta 518 unità. Le convittrici sono 79. Il tasso di cosmopolitismo è molto ridotto: 10 poggioline provengono dalla Cina, una dallAmerica del Sud. Quanti frequentano in veste di esterni i vari indirizzi liceali non manca un liceo europeo sanno di vivere unesperienza unica. Il presidente del consiglio damministrazione Giorgio Fiorenza non nasconde ricorrenti difficoltà e intralci burocratici. Allultimo numero del giornalino Il Poggio ha consegnato un grido di protesta alla Luigi XIV: Noi siamo lo Stato!. È giusto che un monumento di tal rilevanza museo non artificioso di sé sapra ai visitatori in fasce orarie più larghe dei rarefatti orari domenicali e che a descrivere autori e stili siano gruppi di studenti che lo abitano e lo amano. Lo scarto tra le potenzialità e ciò che è possibile tenere in piedi si è fatto vertiginoso. La dismisura preoccupa e entusiasma.



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