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Venezia. Lo scrigno di Palazzo Cini
Veronica Tuzii
Corriere del Veneto 11/5/2019

La casa museo è aperta sei mesi all’anno, al secondo piano le mostre temporanee

Gli sguardi dei giovani effigiati in quel doppio ritratto, manifesto del sentimento fraterno e della potenza degli affetti; Paride che dà la medaglia a una Venere contenuta e sottilmente velata di malinconia, sotto gli occhi ghermiti di un cane incuriosito; un’enigmatica allegoria abitata da personaggi dall’espressione demoniaca.

Qual è l’unico posto a Venezia dove si possono trovare magnifiche opere di Pontormo, Botticelli e Dosso Dossi, uno straordinario corpus di opere toscane e ferraresi dal XIII al XVI secolo insieme a pregiati oggetti e arredi, inseriti in un contesto intimo e familiare? Nel cuore della città lagunare, le emozioni traspirano dai muri di Palazzo Cini a San Vio - edificio cinquecentesco con facciata laterale sul Canal Grande appartenuto alla famiglia Loredan, Caldogno e Valmarana, che divenne dimora di don Carlos di Borbone, duca di Madrid e pretendente al trono di Spagna, a cavallo tra Otto e Novecento - che fu dal 1919 abitazione veneziana di Vittorio Cini e dal 1984 casa-museo donata alla Fondazione Giorgio Cini dagli eredi dell’imprenditore-collezionista, uomo politico e di cultura.

Uno scrigno prezioso ad alta densità di capolavori, reso accessibile dal 2014 al pubblico per oltre sei mesi l’anno. «Nei cinque anni dalla nuova apertura - spiega il Segretario Generale della Cini Pasquale Gagliardi - abbiamo organizzato otto mostre che sono state viste da 83.475mila visitatori. Un risultato notevole se si considera che la Galleria è ospitata in alcuni degli spazi della residenza privata di Palazzo Cini. Gli ospiti del nostro museo possono così ammirare finissimi pezzi di arte antica al primo piano e le esposizioni temporanee, anche di arte contemporanea, al secondo.

Una particolare esperienza estetica che unisce il passato col presente, dando nuovo slancio alle idee artistiche e generando nuova linfa per il patrimonio culturale». Una riapertura fortemente voluta dal direttore dell’Istituto di Storia dell’Arte della Fondazione Luca Massimo Barbero: «Palazzo Cini è un antidoto allo stress dei luoghi troppo affollati. Un museo che mantiene lo spirito della casa ma al tempo stesso un luogo di straordinaria vitalità, mai statico, che attraversa i secoli nell’arte, grazie a mostre temporanee che seguono due modalità espositive: da una parte «ri-conoscere» le collezioni della Fondazione, valorizzando i fondi custoditi sull’Isola di San Giorgio (che corrispondono agli studi di approfondimento, attività continua dell’istituzione), come ad esempio è stata l’esposizione «Architettura Immaginata» che ha svelato al pubblico la raccolta Antonio Certani; dall’altra portare i grandi protagonisti dell’arte contemporanea con mostre ad hoc, composte dagli artisti prendendo ispirazione dai tesori di Palazzo Cini».

La personale di Ettore Spalletti nel 2015 è nata da una sua visita nella dimora veneziana in cui «venne rapito – racconta Barbero – dagli azzurri e i rosa della Madonna con il Bambino di Piero della Francesca». Spalletti si è poi presentato a Casa Cini con grandi dipinti le cui superfici sembravano bucare il cielo, tele dalla grande energia e armonia, un piacere visivo e sensoriale, un’immersione nella luce e nel colore, per avvolgere e accogliere. Nel 2017 Vik Muniz ha proposto enormi lavori fotografici operando una rilettura di masterpieces appartenenti al museo e di alcune opere esposte a Palazzo Cini nel 2016 nella mostra «Capolavori ritrovati della collezione di Vittorio Cini»: l’artista brasiliano ha inventato inganni dell’occhio nel segno della decostruzione, impressione, illusione, con l’arte dentro l’arte per creare altra arte. E sull’idea delle cromie di Pontormo sono nate alcune delle opere di Adrian Ghenie esposte nella mostra attualmente in corso al museo, creazioni che esprimono la grande complessità del nostro tempo, sintesi potente di attualità e storia, bellezza e grottesco. L’alone del Conte Cini e della sua passione onnivora per l’arte e il bello è insomma contagiosa, e gli spazi della sua dimora, in occasione di Biennale Arte, si confermano capaci di fungere da vero e proprio radar della contemporaneità, presentando al pubblico un estratto dei risultati delle ricerche pittoriche più sorprendenti dei nostri tempi.



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