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Rotondi, l’uomo qualunque con un Tiziano sotto il letto
Barbara Notaro Dietrich
Corriere della Sera - Torino 13/5/2019

Curino in scena al Gobetti con lo spettacolo dedicato al «Monument man» che salvò 10 mila opere dai nazisti

Più di 10 mila opere messe in salvo. Tra cui quelle di Giorgione, Giovanni Bellini, Piero della Francesca, Paolo Uccello, Tiziano, Carpaccio, Mantegna e Raffaello. È stato grazie a Pasquale Rotondi se molti di questi capolavori non hanno preso la via della Germania nazista. Per quarant’anni nulla si è saputo di questo uomo. Solo le figlie, grazie al diario che tenne dal 1940 al 1945, ne erano a conoscenza. Fino alle ricerche di Salvatore Giannella che gli ha dedicato un lungo capitolo nel suo libro «Operazione salvataggio», pubblicato nel 2014 da Chiarelettere. Una storia speciale di un uomo qualunque. «Un semplice funzionario», lo definisce Laura Curino che gli ha dedicato uno spettacolo, significativamente intitolato «La lista. Salvare l’arte: il capolavoro di Pasquale Rotorni», da martedì in scena al Gobetti. A Curino quella storia l’avevano raccontata e le era anche piaciuta parecchio proprio perché ama «la gente che fa bene il suo lavoro, quale che sia». Il tempo è passato, c’era altro da fare, ma quella storia stava sempre lì, sottotraccia. Ha iniziato le ricerche, ha parlato con le figlie e ne ha tratto un’epopea in forma di monologo dove la grande storia scorre sulla vita di Rotondi, della bellissima moglie Zea, pure lei storica dell’arte e degli amici e colleghi di Rotondi, quasi tutti non a caso allievi di Adolfo Venturi, che a un certo punto devono scegliere se stare dalla parte dello Stato (che era poi a un certo punto la Repubblica di Salò) o di quella dei cittadini. «Rotondi si risponde — dice Curino — che l’arte non è dello Stato ma dei cittadini». Accanto alla figura di Rotondi prendono vita altri personaggi, non solo le figlie e la moglie, ma i custodi, i carpentieri, i prefetti, i militari e anche l’allora classe dirigente, re in testa, che prende la via della fuga e se ne va. «Rotondi resta — sottolinea Curino — e rischia grosso perché per molti anni, senza una lira e con anche grande fatica fisica, e meno male che pur bassetto era giovane e forte, aveva accumulato opere su opere per metterle in salvo dalla guerra sia a Sassocoravaro, nel Montefeltro, sia nel Palazzo dei Principi di Carpegna e nei sotterranei della Cattedrale e del Palazzo Ducale di Urbino. A un certo punto, dopo l’armistizio, gli si chiede conto di queste opere, mediante una lista, che si vorrebbero portare al nord perché prendano appunto la strada della Germania. Ma lui nicchia, mentre sposta tutto, portandosi una notte alcune opere, le più importanti, a casa e vegliandole con Zea». Uomini e donne come Rotondi sono rimasti a lungo nell’ombra, perché abituati a considerare quel che hanno fatto nulla più del loro dovere. Nel suo spettacolo Curino ne ricorda alcuni, tra cui anche Fernanda Wittgens, leggendo alcuni stralci di una lettera alla madre mandata quando era in carcere per aver aiutato parecchi ebrei a fuggire da Milano. Fernanda aveva retto la Pinacoteca di Brera da quando, nel 1935, il soprintendente Modigliani era stato allontanato dall’amministrazione delle Belle Arti per antifascismo e costretto fino al 1939 al confino a L’Aquila anche a causa delle sopraggiunte leggi razziali. Wittgens non solo continua la sua opera, informando costantemente il maestro, ma spedisce a Rotondi diversi capolavori della Pinacoteca perché siano messi in salvo. Così come aveva fatto Palma Bucarelli a Roma. E anche lei è stata ricordata da un libro di Edoardo Sassi e da uno spettacolo teatrale tratto da quel volume. «Le opere che non abbiamo recuperato sono ancora tante, ne mancano 1.500 — ricorda Curino — ma oggi non avremmo la Tempesta di Giorgione,il Caravaggio di San Luigi dei Francesi, la pala di Piero della Francesca a Brera e moltissimi altri capolavori se non fosse stato per lui. Che poi ha avuto incarichi anche prestigiosi, era per esempio direttore dell’Istituto di Restauro quando ci fu l’alluvione di Firenze e ancora dopo consulente per i restauri in Vaticano, tra cui quello della Sistina. E però una volta finito di scrivere il suo diario, lo chiuse e nessuno seppe mai nulla per lunghissimo tempo». Una vera epopea che oggi approda giustamente in teatro.



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