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Entro nel capolavoro e poi mi faccio un selfie
Carlo Vulpio
Corriere della Sera 14/5/2019

L’idea di questo libro, Selfie ad arte. L’arte al tempo dei social, di Clelia Patella (Ultra), sul rapporto tra opere d’arte, fotografia — ma scattata rigorosamente con lo smartphone — e l’autrice che si aggrega all’opera d’arte «integrandola» e quindi modificandola, reiventandola, e poi riprende sé stessa e l’opera con un autoscatto, insomma con un selfie, è un’idea originale, divertente, bibliograficamente robusta e persino appetibile come il companatico di un buon panino, inserita com’è tra la prefazione di Vittorio Sgarbi e la postfazione di Giovanni Gastel.

Il libro arriva dopo una mostra altrettanto originale che ha esordito a Gallipoli l’estate scorsa (curata da Hdrà) e, facendosi forte di una squadra di campioni come Berger, Barthes, Benjamin, Picasso, Sontag, e finanche di un fuoriclasse come Einstein, spiega origini, caratteristiche, contaminazioni, manomissioni, illusionismi, in certi casi anche elucubrazioni, simbiosi, ironie, camuffamenti, alla base di una scelta il cui scopo è non l’autoritratto, che è «one shot», ma il selfie, che, essendo pur sempre una foto, è «infinite volte». Obiettivo (di fotografia stiamo parlando) finale è avvicinare l’opera d’arte a chi la guarda, ma soprattutto viceversa, affinché lo spettatore si incuriosisca, partecipi al godimento dell’opera così reinventata e poi magari vada a vederla dal vivo.

L’autrice, giornalista di moda con grande esperienza nella radio, ha respirato l’arte in casa — i suoi genitori sono entrambi pittori — e fuori, al liceo artistico «Hajech» di Milano, e nelle sue visite a musei e mostre d’ogni tipo — concept e pop art su tutte —, sconfortata di fronte all’uso passivizzante delle audioguide e a quello demenziale e asocial degli smartphone e dei selfie, ha pensato, e osato, di affrancare il selfie dai «selfàti», utilizzandolo come strumento dell’arte, anche per una serie di ragioni tecniche che non staremo qui a dire. Lei stessa si è truccata, camuffata, acconciata, messa in posa secondo ciò che di volta in volta le dettava l’opera d’arte con la quale aveva deciso di entrare in risonanza o di assomigliare, e con cui «selfarsi».

«La realtà è la fotografia: l’oggetto reale viene spesso considerato una delusione», scrive Clelia Patella, citando Susan Sontag. Ma poi si fa prendere un po’ la mano e di suo aggiunge: «Ora siamo andati oltre: è l’immagine tradizionale che non ci dice più nulla delle opere d’arte, che non ce le fa più apparire vicine a noi. Il selfie prova a colmare questa distanza muovendo noi verso l’opera».

E perché mai l’immagine tradizionale di un’opera d’arte non dovrebbe dirci più nulla? Perché adesso c’è lo smartphone? Azzardoso. Come l’altra conclusione (si spera provvisoria) a cui giunge l’autrice: «La parola è superata, in velocità e in termini di capacità descrittiva». Ma è alla parola e al gioco di parole che lei stessa ricorre per spiegare l’immagine di copertina del libro, titolandola «Spaccata di casa», in tal modo rendendola comprensibile ed efficace. E sempre alla parola deve affidarsi per il «selfie ad arte» in cui, truccata come Frida Kahlo, con un ritratto di Frida Kahlo alle spalle, titola «Mi Kahlo nella parte», e riesce a farci sorridere.



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