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Roma. Via delle Muratte, orde di turisti urlanti
Maria Rosaria Spadaccino
Corriere della Sera - Roma 26/5/2019

Verso Fontana di Trevi, dove soggiornò Donizetti, solo negozi di paccottiglia e bazar

Tutti corrono assiepati su via delle Muratte verso Fontana di Trevi. Una folla umana. Il rumore è costante e invadente, sono le centinaia di persone che parlano, urlano. E seguono disciplinate le urla in lingue diverse dei capo gruppi. Eppure qui, in questa strada che alle prime luci del mattino è ancora bellissima, soggiornò Donizetti (al civico 78), vi compose il melodramma «Il furioso all’isola di Santo Domingo» e l’opera «Torquato Tasso».

Un Cupido triste seduto a terra aspetta l’arrivo delle orde. Di turisti. Vestito di una tunica bianca, armato di arco e freccia amorosa, il Dio dell’amore/Gabriel, rumeno, neanche sorride. Resta a terra mentre decine e decine di americani, spagnoli, francesi al seguito di guide con la bandierina, imboccano via delle Muratte, da via del Corso, spediti verso Fontana di Trevi.

«Non guadagno nulla, qui nessuno rallenta - si confida -. Corrono tutti verso la Fontana, non vogliono perdere tempo, temono che la piazza sia già troppo piena. Quando facevo il gladiatore al Colosseo, andava molto meglio per me».

Effettivamente il candore del dio dell’Eros non attrae turisti velocisti che si affrettano verso la meta del desiderio. Ecco via delle Muratte: non è più una strada, ma solo il corridoio verso l’agognato monumento.

Fino al 1886 proprio nel punto dove «lavora» Cupido sorgeva l’arco detto «del Carbognano», che univa il palazzo secondario dei Colonna Sciarra a quello dei Bonaccorsi. La strada assunse il nome dell’arco. Qui ad inizi dell’Ottocento c’era un caffè frequentato dagli artisti: ottenne ospitalità Bartolomeo Pinelli che guadagnava scudi necessari per vivere con i ritratti agli avventori fatti a penna.

Tutti corrono assiepati sulla strada, una folla umana, nessuno rallenta solo un attimo a guardarla. Il rumore è costante e parecchio invadente, sono le centinaia di persone che parlano, urlano, camminano. E seguono disciplinate le urla in lingue diverse dei capo gruppi. Eppure qui, in questa strada che alle prime luci del mattino è ancora bellissima, soggiornò Donizetti (al civico 78), vi compose il melodramma «Il furioso all’isola di Santo Domingo» e l’opera «Torquato Tasso».

Il silenzio di allora lo avrà aiutato insieme al rumore dell’acqua e al passaggio di cavalli e mucche. La strada fino alla fine dell’Ottocento era nota anche per la «Vaccheria Serafini», un’azienda che offriva latte direttamente dal produttore, la mucca, al consumatore. La splendida insegna scolpita è ancora lì (per fortuna), è stata restaurata da Giovanni Ferliti, 87 anni, titolare del ristorante Quirino. «Crema e Burro, Latte per bambini, Caffè e Latte, Cremeria», così è inciso nel marmo che sovrasta il locale all’angolo con via delle Bollette.

«In fondo alla seconda sala - spiega indicando il proprietario - c’era la stalla dove erano gli animali, qui dentro venivano munte e poi il latte veniva venduto direttamente o lavorato a seconda della richiesta». Il locale restaurato alla metà del secolo scorso, ha le pareti decorate da incisioni e sculture che raccontano una Roma affascinante che non si vede più soprattutto «alle Muratte». Toponimo che ha origine da «Amoratto», che trova riferimento in un documento anonimo custodito nel cartaio dell’ospedale Santo Spirito. Verso la fine del Trecento Renzo Musiani o Mugnai, figlio del capo delle milizie pontificie, soprannominato «Amoratto» aveva preso proprietà proprio in questa zona (venne seppellito in Santa Maria in Via). Fece costruire un monastero-ospedale dedicato a San Giacomo e San Lorenzo Martire e poi si adoperò perché la strada prendesse il suo soprannome, che nei secoli divenne «Muratte».

In questa via che porta alla fontana più famosa del mondo c’è il concentrato maggiore di negozi che vendono paccottiglia per turisti. Si vende tutto quello che in una casa romana non entra mai: come la pasta «trecolori», il sugo piccante pronto, il vino della Fontana. Accanto ai locali ci sono i venditori ambulanti e banchetti che appaiono e scompaiono, a seconda del passaggio dei vigili urbani. Che fanno quello che possono, ma sono troppo pochi. Un pugno di agenti per migliaia di persone che corrono verso il monumento e si siedono come fosse un posto di loro proprietà, la loro sdraio in spiaggia. Eppure proprio sulla strada c’è un cartello che spiega quali siano le azioni vietate: tra queste c’è quella di accomodarsi sul marmo monumentale. L’acqua scorre, ma il suono non riesce a coprire il frastuono prodotto da orde turistiche disattente, che si fanno selfie e ridono senza degnare di uno sguardo i marmi splendenti



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