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Firenze. All’EX3 dentro la spirale che ricorda la Shoah. Un crescendo d’emozioni
Vanni Santoni
Corriere Fiorentino 4/6/2019

Il mio viaggio nell’orrore (dal buio dei volti alla luce)

Eccolo, entra al Memoriale. Come ci è arrivato? Ha l’aria di un solitario, forse di un burbero. Di certo, da come varca la soglia scuotendo il capo, il suo è un ingresso pregiudiziale, condito magari da voci di terza mano: «Se ‘un l’hanno voluto loro, perché si doveva pigliare noi?», borbotta fra sé. Chiaro che ignora il modo in cui nacque l’opera e in cui prese inizialmente posizione nel Block 21 di Auschwitz; ignora che l’architetto Belgiojoso che la ideò fu lui stesso deportato a Mauthausen, o che ci fu una collaborazione con Primo Levi, oltre che col regista Risi e col compositore Nono. Ignora tutto, e queste cose le leggerà solo nell’opuscolo, ma intanto è entrato. Ignora tutto, ma per una vecchia passione sa abbastanza di arte da riconoscere, tra i coinvolti nell’opera, il nome del pittore Pupino Samonà come quello di un allievo di Balla che, pur raccogliendone l’eredità dinamica, non brillò quanto il maestro. Non migliora tali premesse il venire subito agganciato da una guida; lo scoprire che il Memoriale, oggi, si visita solo accompagnati, con buona pace del progetto che lo voleva «luogo di raccoglimento e di ricordo» — e cosa, soprattutto, in contrasto con quella che deve essere la sua indole. Le intenzioni della guida sono buone ma lui la schiva, si divincola, dice che magari dà prima un occhio alla mostra al piano terra. Trova una sorta di introduzione; il pubblico per cui è pensata si direbbe quello scolastico. I grandi pannelli bianchi scorrono veloci: 1922, 1924, 1926, 1929… Pochi eventi chiave, e siamo già all’anno fatale, il ’38 delle Leggi Razziali.

È al pannello successivo che il suo atteggiamento blasé trova un arresto. Non è soltanto la mappa dei campi a causarlo, quella punteggiatura di morte così fitta che, per quante volte la si sia vista, obbliga sempre a fermarsi, costringe sempre a deglutire per la sua aberrante vastità. Lo colpiscono anche certi disegni, o meglio le riproduzioni di alcuni disegni, piccoli schizzi di quelli che qualche deportato riusciva a realizzare mettendo assieme un pezzo di carta portato dal vento con una scheggia di carbonella raccolta al suolo.

Non c’è bisogno di arrivare a quelli più efferati, ai bimbi destinati all’uccisione all’arrivo o ai cadaveri ammassati di Gusen: basta quello di due deportati, le divise a righe troppo grosse per i corpi emaciati, che lo guardano, e i loro occhi sono macchie nere, pozzi di buio in cui non sarebbe sufficiente dire che c’è solo disperazione: è qualcosa che va oltre, è l’orrore della testimonianza integrale . Finché si è in grado di offrirne una: nel disegno successivo, l’uomo-scheletro raffigurato ha perduto la capacità di guardare chi lo disegna, chi gli passa accanto — o, oggi, il visitatore: non guarda più niente perché è ancora vivo, ma già spezzato.

Osteklenele oči , si intitola il disegno, occhi fattisi vetro . È lì che il piglio del nostro visitatore d’occasione cambia del tutto; è lì che il Memoriale — e non ci ha ancora messo piede! — si rivela per quello che è: un piccolo assoluto, per il suo recare il portato di un assoluto che è, invece, sconfinato. E di fronte agli assoluti, le altre considerazioni vengono messe da parte, quando non decadono proprio. I pannelli continuano, ma lui adesso si sente pronto a salire, tanto più che la guida non si vede più in giro. Eccolo così entrare nella spirale. Oltre a quello dei suoi piedi che calcano il legno, ci sono dei suoni. Ci mette un po’ a capire che sono parte dell’installazione, ma quando lo capisce si rende anche conto che quella che sta attraversando potrebbe essere una delle prime installazioni multimediali della storia dell’arte italiana, e già non sarebbe poco.

Il tratto del Samonà è quello che è, i disegni sui flussi di colore — sul nero, sul rosso, sul bianco e sul giallo — non sono che bozzetti, non c’è la forza di Osteklenele oči , ma la grafica qua è al servizio dell’architettura: quello che conta è la spirale che avvolge chi vi passa, l’alternanza ombra/luce che rimanda alle finestre dei Block, e cambia poco allora riconoscervi o non riconoscervi Matteotti o Gramsci, o far caso a quelle falci e martello così poco gradite alla più recente amministrazione di Auschwitz da essere sospettate, più che l’«approccio poco didattico», di essere le principali responsabili dello sfratto dell’installazione dal campo e del faticoso percorso che l’ha fatta infine approdare a Firenze. Compare anche la guida, adesso, ma il nostro è ormai catturato nel vortice, e l’esperienza è immersiva al punto che si perde le spiegazioni, vuole solo seguire quella traccia che dall’oscurità e dai volti scavati e sofferenti comincia a riprendere luce fino al bianco di un atteso «riveder le stelle», che a visita finita si raddoppia nell’uscita al giorno, fuori dall’Ex3. Di far la spesa — già, ecco come era arrivato lì — non ha più molta voglia, ma gli tocca. Ha senso, mettere una cosa del genere accanto a un supermercato, si chiede bofonchiando mentre esamina e pesa albicocche e pomodori, mentre butta nel carrello yogurt magri e affettati; ma poi, uscendo, e vedendo all’angolo di via Erbosa uno «zingari al rogo» scritto a spray su una centralina Enel, pensa che magari sì, che magari sì.



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