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Quando per Venezia si batteva Montanelli
Gian Antonio Stella
Corriere della Sera 5/6/2019

Lui li avrebbe inceneriti. Ci manca sempre, Indro Montanelli, ma forse mai quanto in questi giorni dopo la catastrofe mediatica dell’«Opera Msc». Perché lui, che diede l’anima nella difesa della città serenissima («Lo spinsi anch’io», assicura guerresca Giulia Maria Crespi) li avrebbe davvero inceneriti i responsabili di quanto è successo. E certo non se la sarebbe presa col pilota, il comandante o chi guidava i rimorchiatori di Davide Calderan. Ma con chi, dopo tante denunce e polemiche, insisteva a irridere agli «allarmisti» assicurando che sbandate pari a quella del transatlantico a San Basilio erano «impossibili». Esattamente cinquant’anni fa, a fine giugno del 1969, il grande giornalista scriveva indignato delle reazioni al vincolo su Venezia appena deciso dopo dure battaglie «per una legge che mettesse un perentorio alt a qualunque intervento, sulla città e sulla laguna, di cui non fossero noti gli effetti». E denunciava che intorno a quel vincolo «si provvide subito a creare degli equivoci, facendolo passare per un tentativo di “mummificazione”. Si vuol fare di Venezia un museo, si disse, estraniandola dalle industrie, dai traffici, cioè dalla vita moderna. L’imbroglio era evidente». Soldi, soldi, soldi. Sembrano parole scritte ieri mattina. E chiudeva ricordando che quel vincolo non andava «interpretato come un epilogo, ma come un prologo». Come «premessa di un programma indilazionabile». Infatti, «qualunque altra città può permettersi il lusso di crescere e svilupparsi alla carlona. Facendolo, sbaglia; ma lo sbaglio è riparabile. A Venezia, come abbiamo già detto, lo sbaglio può essere mortale». E guai a tirare in ballo il diritto di chi comanda a decidere a prescindere dagli interessi universali: «Venezia appartiene all’Italia solo per un accidente geografico avvalorato da strette parentele culturali. In realtà è un mondo a parte». Un tema sul quale tornerà più volte. Ad esempio nel ’96: «Come scrissi in tempi lontani, e come ormai mi sono stancato di ripetere, Venezia non aveva, per restare Venezia, che una scelta: mettersi sotto la sovranità ed il patronato dell’Onu per riceverne il trattamento, che certamente le sarebbe stato accordato, dovuto al più prezioso diadema di una civiltà non italiana, quale la Serenissima mai fu né mai si sentì, ma europea e cristiana, intesa unicamente alla conservazione di se stessa, quale tutto il mondo civile la vorrebbe».




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