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Torino. Open House, ecco il salotto di Luzi
Giorgia Mecca
Corriere della Sera - Torino 9/6/2019

Il figlio Andrea apre la casa del papà architetto: «Un progetto nato dall’istinto»

La casa di Elio Luzi aperta per un giorno. Oggi quella dimora che l’architetto torinese ha costruito negli anni sessanta ai piedi di Superga sarà visitabile dalle 11 alle 19 per la terza edizione di Open House. Ad aprire la porta c’è il figlio Andrea, architetto come suo padre ma anche vignaiolo come sua madre. «Papà gli ha dedicato tre anni della sua vita, è un progetto nato dalla sua pancia, dall’istinto». A Torino i segni di Elio Luzi sono ancora visibili ovunque, dai quartieri chic a quelli popolari. Dalla Torre Mirafiori alle Torri Pitagora, alla sede centrale dell’Unicem di San Mauro, un progetto a cui ha partecipato anche Andrea. E poi c’è una delle case più caratteristiche della città, scelta da Dario Argento come location del film «Il gatto a nove code». «Da fuori sembra Gaudì con tutte quelle linee curve. Appena entri, però, è tutta un’altra storia, sembra di stare nella Francia della Belle Epoque».

Negli anni Sessanta si viveva di sogni concreti, di beni materiali e immobili. Il sogno di tutti, dopo la famiglia, era quello di comprarsi una casa. Lo storico architetto e designer torinese Elio Luzi, scomparso nel 2006, quel sogno non solo è riuscito a realizzarlo, ma la sua casa l’ha costruita dal nulla a sua immagine e somiglianza. Suo figlio Andrea è nato nel 1965 in quell’edificio ai piedi di Superga e lì vive ancora oggi. «Da piccolo ci abitavo senza rendermi conto della fortuna che avevo. Crescendo è cresciuto anche l’amore per questo luogo. Mio papà gli ha dedicato tre anni della sua vita», racconta. «È un progetto nato dalla sua pancia, dall’istinto, prima ancora che dalla testa. Non è mai solo una questione di disegni e di astrazioni, prima di tutto le case sono da vivere».

La sua casa sarà visitabile oggi dalle 11 alle 19 per la terza edizione di Open House, con un tour guidato dallo stesso Luzi, che di mestiere fa l’architetto come suo padre ma anche il vignaiolo come sua madre, a Clavesana, nelle Langhe, terra di Dolcetto. «Mi divido tra due tradizioni che non voglio lasciare scivolare via». Anche se ha seguito le orme del padre, è convinto di non aver scelto questa strada per imitarlo. «L’avrei fatto anche senza il suo esempio. L’architettura è lo studio dei territori, delle tracce del passaggio degli uomini sul mondo, del rapporto con ciò che li circonda». A Torino, per esempio, i segni di suo padre sono ancora visibili ovunque, dai quartieri chic a quelli popolari. Dalla Torre Mirafiori alle Torri Pitagora, alla sede centrale dell’Unicem di San Mauro, un progetto a cui ha partecipato anche Andrea insieme allo studio A5. E poi c’è una delle case più caratteristiche della città, scelta anche da Dario Argento come location del film «Il gatto a nove code»: la Casa dell’Obelisco di via Bicocca all’angolo con corso Fiume, il desiderio di tutti quelli che cercano una casa in precollina. «Da fuori sembra Gaudì con tutte quelle linee curve. Appena entri, però, è tutta un’altra storia, sembra di stare nella Francia della Belle Epoque». Casa sua, invece, lui la definisce come «una specie di insalata», un accumulo di oggetti, stili ed epoche diverse, come nelle abitazioni dei comuni mortali, in cui la maggior parte delle volte il design arriva dopo i bisogni concreti e le incombenze quotidiane. E però non tutti hanno la fortuna di aprire le finestre e di godersi quella vista e quel verde. Oppure, all’interno, di camminare circondato da pareti di mattoni a vista, divani, tappeti e specchi scelti con cura.

«Erano altri tempi. Il capitalismo di quell’epoca aveva un unico luogo in cui investire i propri guadagni, il mattone. Oggi non è più così. A capitali fluidi rispondono architetture fluide, come quelle di Cino Zucchi della Nuvola di Lavazza o di Zaha Hadid. Sembra strano, ma io sono convinto che anche le forme si adattino all’economia». Andrea Luzi è contento di aprire le porte di casa sua a tutti. «Anche questa è un’eredità di famiglia. Mio padre era felice ogni volta che ospitava qualcuno. Farò entrare circa trenta persone per volta, visiteranno una parte della casa tra cui il salone a doppia altezza, il mio angolo preferito. Mi piacerebbe suscitare l’interesse nei confronti della storia di questa casa. Anche perché il progetto è quello di dividerla e di venderne una parte».

Il nuovo millennio, dal punto di vista immobiliare, si accontenta (si deve accontentare) di spazi ridotti. «Ci sarebbe qualche lavoretto di manutenzione da fare, ha più di mezzo secolo, ma io direi che è ancora una signora casa», dice sorridendo. Infatti la divide, ma l’idea di abbandonarla non lo sfiora neanche.



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