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«Qui per difendere Venezia. Un nemico chi la danneggia»
Emilio Randon
Corriere del Veneto 9/6/2019

Da tutto il Veneto (e non solo) per proteggere la città dai giganti del mare

VENEZIA. Dai campi e dalle officine, da Mira e Dolo, col treno da Verona passando per Vicenza e Padova e così via a raccogliere «campagnoli» e «sgrafatera» ad ogni fermata, tutti a Venezia, tutti veneziani per un giorno. Irresistibile prova d’amore. Ideologicamente declinata certo – in testa «No Grandi Navi» ala dura - ma via via sgranata in tante madri e bambini, famiglie con papà e vecchie zie dai ricordi antichi. C’erano quelli che tre generazioni fa a Venezia ci abitavano o quelli che solo ci hanno fatto il viaggio di nozze o la festa di laurea. Tutti a rivendicare un titolo di proprietà, un pezzo di identità, la comune discendenza dalla Serenissima. Roba nostra insomma.

Un padre di Mira così spiegava al figlio di dieci anni la nascita dell’America: «Venezia era una repubblica quando al mondo c’erano solo monarchie, a Vicenza c’era il Palladio e allora sai cosa hanno fatto gli americani? Hanno preso a prestito i suoi palazzi, ci hanno fatto Capitol Hill e la Casa Bianca come li avrebbe fatti lui, ma non per lui, per celebrare Venezia e la grandezza della repubblica». Il bambino faceva sì con la testa, schivava la calca e intonando a squarciagola: «Grandi navi no, grandi navi no».

Non c’è limite nell’andare all’indietro: la signora che sfugge alla calura sotto il portico non mostra cartelli ma un foglio scritto in latino con traduzione sul retro. Lo tiene in mano e lo legge solo su richiesta, sottovoce come dovesse condividere un segreto. «Chiunque oserà arrecare danno in qualsiasi modo alle pubbliche acque sia giudicato come nemico della patria. Il diritto di questo editto sia intangibile e perpetuo». Il Magistrato delle acque, 1534. «Così decise il Consiglio dei Dieci e scrisse su una lapide a Palazzo Ducale, la stessa che ora si vede in Galleria del Piovego». «Mi chiamo Regina – dice - Regina Pacis come vollero mia mamma e mio papà nel 1942, in piena guerra, e intendevano proprio questo».

Un gruppo di tedeschi, ognuno con uno strano remo in mano, viene preso dal corteo e reclutato. «Ya – dicono – big ships, grosse navi grosse catastrophe». Due ragazzi del Mali hanno uno striscione dall’effetto sublimale «contro la monocultura turistica» qualsiasi cosa voglia dire.

Impossibile controllare ogni volta ascendenze e discendenze, Venezia è madre prodiga. «Mi chiamo Leopoldo come San Leopoldo Taumaturgo e Bottero di cognome, come il pittore Botero, mio cugino che andando in Spagna ha perso una t, ma siamo veneziani entrambi. Lei chiede se il noto incidente ha dato una scossa alla pigrizia veneziana. Sì, il risveglio c’è ma è tutto interiore. Noi siano veneti, non napoletani, facciamo fatica a fare casino».

E casino in effetti non c’è stato. C’era, ma nascosto e difficile da dimostrare il timore che «la si volti in politica». Ne parla Alessandra, insegnate precaria di scuola media che non ha potuto portare con sé i suoi alunni anche se ci ha provato. «Ho parlato ai bambini, volevo portarli, poi le altre prof mi hanno fatto sapere che non dovevo azzardarmi: qui non si fa politica. E siccome sono precaria, ho abbozzato».

In riva Sette Martiri c’erano gli ambientalisti, i No Tav delle diverse declinazioni, c’era la sinistra venetista di «Sanca» e, di sicuro, c’erano tutti i veneziani che abitano la riva e che domenica si sono presi un bello spavento. Francesca: «Mio marito pilotava i rimorchiatori, non servono a niente diceva». Elena: «Quando ho visto la nave puntare su casa mia mi sono detta, bene anche questo è un modo di morire». E l’amica milanese trasferitasi a Venezia per avere tranquillità e glamour ci ride su: «Ho pensato, quasi quasi me ne torno a Milano, è più sicura». Sono tutte veneziane quelle che vedevano le navi passare come le vedeva l’occhio fotografico di Berengo Gardin e un po’ ci si erano abituate, a loro volta viste dai croceristi sul ponte, persino rapite dalla mostruosità dell’incongruo che si fa arte e dà le vertigine: le grandi navi a Venezia diventate una estensione della street art, una forma di installazione monumentale. «Ma lo spavento l’abbiamo preso noi, e chi era qui ha capito il rischio mentre il resto della città continua a non vedere e fa finta di non sentire. Qui non vedrà gli albergatori, i portuali, non vengono i negozianti e gli ormeggiatori da 5 mila euro al mese, qui non ci sono i gondolieri e tutte le categorie che a Venezia comandano. Vale a dire la maggioranza dei veneziani che non ci fila per niente».



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