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Musei fiorentini. Il bilancio dei numeri: tre anni di crescita
Edoardo Semmola
Corriere Fiorentino 12/6/2019

Gli effetti della svolta del governo Renzi sui grandi musei fiorentini. Casciu: ha funzionato

«Serviamo più come organo di controllo che di decisione». E soprattutto «siamo come una gamba che fa il passo nella direzione giusta, in attesa che lo faccia anche l’altra». È così che si vedono oggi, quasi a fine mandato (2019), i Cda dei tre musei statali autonomi a Firenze: Uffizi, Accademia e Bargello. Quegli stessi consigli di amministrazione che, come ha ventilato il ministro Alberto Bonisoli, potrebbero fare marcia indietro e tornare a Roma. In un passo incrociato che tra riforma Franceschini e controriforma gialloverde potrebbe significare la perdita di quell’autonomia che era il perno del decreto del 2015. Ovvero quella riforma che ha visto arrivare a Firenze i primi direttori stranieri, i tedeschi Eike Schmidt e Cecilie Hollberg, alla guida dei due principali istituti museali della città, oltre a Paola D’Agostino al Bargello.

La riforma si prefiggeva un duplice compito: concedere ai grandi musei l’auto-sostentamento economico e la libertà di autodeterminarsi nelle scelte culturali. Sul piano dei numeri, la crescita è uniforme. Solo mettendo in rapporto gli ultimi due anni vediamo che gli Uffizi — compresi Boboli e Palazzo Pitti, sotto un’unica gestione — segnano un numero di visitatori pari a 4.153.101 con un più 6 % rispetto all’anno prima. Mentre l’Accademia arriva a 1.719.000 ovvero il più 5,9% nei confronti del 2017 mentre il Bargello con 700.830 biglietti aumenta del 5,8%, tenendo conto anche dei suoi «fratelli» accorpati sotto la stessa gestione: Cappelle Medicee, Orsanmichele, Palazzo Davanzati e Casa Martelli. Dati omogenei anche negli anni precedenti, in linea con i flussi turistici.

Sul fronte degli incassi gli Uffizi sono arrivati poi al record di 34.090.512 di euro di incasso, oltre il 50 per cento in più. Un aumento che è ascrivibile anche alla forte accelerata data dalle mostre nell’era di Eike Schmidt: 19 diverse inaugurazioni nel 2018 con la retrospettiva su Fritz Koenig della scorsa estate che ha staccato 1.152.256 biglietti e la mostra su «Islam e Firenze» arrivata a 660.642.

«I numeri ci dicono che con la riforma è stato fatto un passo nella direzione giusta — commenta Paolo Fresco, membro del Cda degli Uffizi — Purtroppo è stato un passo intermedio, che andava completato dandoci completa capacità decisionale». È il direttore che decide e noi «diamo dei pareri sull’opportunità di alcune scelte, lo assistiamo nella strategia generale ma non abbiamo poteri decisionali, solo di consulenza» spiega. Forse, pensa Fresco, questo modello «è stato un esperimento e come tale è stato sicuramente positivo anche se per il momento non è né carne né pesce». Dunque: «O lo si porta a livello dei Cda delle aziende private, o si rimane in mezzo al guado. Così com’è — conclude — giuridicamente parlando è servito a poco».

La stessa situazione si riscontra in tutti i casi di musei autonomi. «Allestimenti rinnovati, miglioramento dei servizi, acquisti importanti. In generale l’autonomia ha funzionato — aggiunge Stefano Casciu, soprintendente del Polo Museale della Toscana e membro dei Consigli di amministrazione di tutti e tre i musei autonomi — Se decidono di portarli a Roma, cambia tutto». Quella che poteva essere o «iniziava a essere una rivoluzione» come la definisce Valentina Gensini, che dalla direzione del Museo Novecento (comunale) è passata al Cda della Galleria dell’Accademia «si è tramutata in un’autonomia incompiuta che ora si vorrebbe addirittura revocare». «Il primo mandato — conclude Gensini — è di passaggio: tutti i direttori dovrebbero avere l’opportunità di provare il secondo, quello della vera autonomia. È paradossale tornare indietro adesso. La burocrazia romana lega ancora molto le mani, anche di chi i soldi da spendere li avrebbe».



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