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Il centenario che parla agli alberi- «Io, Greta e le foreste da salvare»
Luigi Del Fante
Corriere Fiorentino 15/6/2019

Fabio Clauser istituì nel ’59 la prima riserva integrale italiana a Sasso Fratino: «Quante fake news sui boschi»

È una splendida mattina di giugno. Siamo saliti fin sulle propaggini delle Foreste Casentinesi per incontrare un personaggio straordinario, il decano dei Forestali italiani, nel suo buen retiro di Montalbino.

Ci riceve un distinto centenario, dai modi garbati e con un’aura di saggezza leggera, ma profonda, come quella degli alti alberi delle foreste vetuste. Fabio Clauser nasce nel 1919 a Malosco, in provincia di Trento. Figlio di un avvocato, fin da bambino prende familiarità con i boschi, assieme ai suoi coetanei che vanno a pascolare le mucche; cresce un «sentimento del bosco», che a poco a poco, anche attraverso gli studi classici, diviene sostanza motivante di un vita: si iscrive all’Accademia degli Ufficiali della Milizia Forestale, laureandosi in Scienze Forestali. Riceve un primo incarico a Novara e dopo l’armistizio viene nominato direttore del Parco Nazionale dello Stelvio. Tuttavia, essendosi rifiutato di aderire alla Repubblica Sociale Italiana, è radiato dai ranghi, venendone, riammesso solo a guerra finita. Dopo altri incarichi a Roma, la nostalgia del bosco lo porta in Casentino, a Pratovecchio, dove dirige, dal 1955 e fino al 1973, le Foreste Casentinesi. E qui intuisce l’importanza strategica per i boschi italiani di istituire una riserva integrale, quella di Sasso Fratino, realizzata nel 1959, rarissimo esempio di ecosistema rimasto pressoché intatto in Europa; una vera eccellenza. Dal 1973 al 1984, quando va in pensione, Clauser è responsabile della Foresta di Vallombrosa, la patria ideale dei forestali non solo d’Italia, ma forse di tutto il mondo per la presenza di San Giovanni Gualberto e dell’Abbazia, e per la fama letteraria sancita dai versi del poeta inglese John Milton (1608-1674): […] Alfin la spiaggia di quel mar di foco / L’Arcangelo afferrata, i suoi sconvolti / Battaglioni appellò; deformi e guaste / Angeliche sostanze. E qual d’autunno / Galleggiano affollate in Vallombrosa / Sul cristallo dei rivoli le foglie, / Ove in arco salenti ameni intrecci / Fan l’etrusche boscaglie; […] Il paradiso perduto, Libro I, 299-304.

Da allora l’instancabile forestale ha tuttavia continuato ad occuparsi attivamente dei danni sui boschi italiani dovuti all’inquinamento. Ha svolto la sua attività quasi sempre nelle foreste per la loro difesa, e scritto molti articoli e libri per stimolare la conoscenza e l’amore delle foreste.

Conversando con amabilità ci confessa di prediligere il «colloquio» con gli alberi, con le piante; un pochino meno con gli animali, anche se, naturalmente, ha per loro il massimo rispetto, in quanto elementi organici per un ambiente vivo e in equilibrio. «Oggi, purtroppo, si vive in un momento difficile per l’ambiente. Difficile per quella parte dell’ambiente che riguarda una buona gestione del bosco. Si vive in un momento in cui sul buonsenso prevale il senso comune, diffuso dall’informazione dei mass media; senso comune secondo il quale in Italia ci sono troppi boschi e boschi troppo ‘vecchi’. E così, poveretti, non riescono più a funzionare, né dal punto di vista produttivo, né dal punto di vista protettivo. Questa è una fake news. Ma, purtroppo, è generalmente diffusa; ed è l’opinione prevalente, per ora. Sappiamo tutti che non è vero; almeno, quasi tutti. In questo modo, si vuol far passare l’idea che i boschi non curati, non tagliati, vanno in rovina. Si sostiene che la cura adatta sia quella del loro ‘ringiovanimento’. Sappiamo tutti che non è così. A me pare che chi si fa portatore di questa affermazione, per quanto accademicamente o burocraticamente titolato o politicamente giustificato dal voto popolare, assuma le sembianze di coloro i quali ancora sostengono che la terra è piatta. Ma, mentre questi sono ecologicamente innocui, i primi, invece, titolati di ogni potere, sono estremamente pericolosi. Ed è questo che si dovrebbe far sapere e comunicare nel modo più forte e più chiaro possibile all’opinione pubblica, affinché si renda conto che esiste una legislazione molto recente che dà retta a queste teorie infondate, sia empiricamente, che deduttivamente, piuttosto che alla realtà dei fatti».

«Del resto — continua — una sana selvicoltura deve avere anche una fase di ‘esbosco’ (vale a dire di taglio) sostenibile. Infatti, l’esbosco, come viene fatto ora, con trattori e mezzi pesanti, è una specie di stupro del territorio montano; di un territorio, cioè, estremamente sensibile e delicato, in equilibrio precario, sempre, dei versanti montani. Si fanno le piste provvisorie, si va con le ruspe, in modi ‘barbari’, inoltre c’è la fase della manutenzione, che non si fa mai. Così le piste diventano ‘fossi’ che portano l’acqua dove l’acqua non è mai stata ed è lì che provoca danni anche immensi, mettendo in movimento tutto il sistema. Queste cose come ‘vecchio’ mi sento autorizzato a dirle».

Il centenario custode dei boschi, a settembre parteciperà nell’Abbazia di Vallombrosa, con una prolusione molto attesa, al Convegno «Prima defensio fit in silvis - La foresta a difesa dalle calamità naturali» voluto dall’Autorità di Bacino Distrettuale dell’Appennino Settentrionale insieme al Comando Carabinieri Nucleo Forestale Regione Toscana.

E il nostro pacato, ma determinato interlocutore aggiunge: «Secondo me c’è bisogno di una ‘voce’ che si unisca a quella di Greta Thunberg; cioè che dia voce alle generazioni giovani. Una voce che si unisca a quella più antica di don Milani che ai suoi allievi proponeva un imperativo morale che diceva: “I care”. Abbiamo cura del bosco!».



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