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L’evaporazione delle città
Marco D'Eramo
Corriere Fiorentino 15/6/2019


È in libreria da pochi giorni, nell’edizione aggiornata, Il selfie del mondo. Indagine sull’età del turismo di Marco D’Eramo (ed. Feltrinelli). Il libro spiega le trasformazioni cui sono soggette molte nostre città. Per gentile concessione dell’autore e della casa editrice ne pubblichiamo un brano.

(...) I geografi distinguono «tre tipi fondamentali di città turistiche: stazioni [resorts] turistiche «costruite espressamente per il consumo dei visitatori»; città turistiche storiche che «pretendono un’identità culturale e storica» e città convertite, luoghi di produzione che devono ricavare uno spazio turistico all’interno di contesti altrimenti ostili ai visitatori.(...)

In senso lato, sono turistiche le città in cui il numero di visitatori annui supera di gran lunga il numero di abitanti: in questo senso sono tali non solo Kyoto, Dubrovnik, Bruges, Venezia o Firenze, ma anche centri più grandi come Roma o Barcellona; persino Parigi e Londra sono «città turistiche», come anche New York, se ci si limita all’isola di Manhattan. Ma in senso più stretto, il turismo sta diventando la sola industria locale per molte città, che così si riducono a company towns, come Essen era la città dell’acciaio (Krupp), Clermont-Ferrand quella della gomma (Michelin), Detroit e Torino quelle dell’automobile (General Motors e Fiat).

Come per i corpi c’è una temperatura precisa in cui passano dallo stato solido a quello liquido, o dallo stato liquido a quello gassoso, ed è la temperatura in cui avviene la transizione di fase, così si può definire una soglia precisa che separa una città turistica in senso stretto da una città che vive anche di turismo: Finché l’afflusso di visitatori non supera questa soglia, i turisti usufruiscono di servizi e prestazioni pensati per i residenti. Oltre questa soglia, invece, i residenti sono costretti a usufruire dei servizi pensati per i turisti.

Il superamento della soglia di transizione ha conseguenze impreviste e irreversibili. Questo è chiaro nei ristoranti. Sotto la soglia, i turisti mangiano in ristoranti che cucinano per i locali, oltre quella soglia i residenti dovranno mangiare in trattorie mirate al mercato turistico. Trent’anni fa era praticamente impossibile mangiare male a Roma o Firenze. Oggi è difficilissimo mangiarci bene. Perché un ristoratore dovrebbe dannarsi per cucinare con cura per un cliente che non tornerà mai più? (...)

Nei termini dell’economia mainstream: il mercato per la domanda dei residenti non coincide con il mercato per la domanda dei turisti, ma i due mercati si sovrappongono nel tempo e nello spazio ed entrano in conflitto o divergono. Se il residente ha bisogno di riparare le scarpe, mentre il turista ha fame di uno snack, e se i turisti spendono più dei residenti, il risultato è che scompare la bottega artigiana del ciabattino e si moltiplicano i fast-food. Non basta. Nella città turistica non è solo la tipologia dei servizi a mutare drasticamente, ma viene stravolta la stessa funzione degli edifici. Una volta l’ingresso nelle chiesa era non solo libero ma auspicato. In fondo, se i poveri sarebbero stati i primi a entrare in paradiso, non si vede perché non dovevano entrare gratis nel tempio del Signore. Oggi invece per entrare a Santa Croce (Firenze) e in tantissime altre chiese bisogna pagare: «In tutto il mondo, chiese, cattedrali, moschee e templi si stanno convertendo da funzioni religiose a funzioni turistiche». Così che i templi di una religione che considera il denaro un Demonio (Mammona, in altre lingue Mammon) sono accessibili solo grazie a quel denaro che maledicono.

Il turismo stravolge non solo il paesaggio fisico, ma anche quello umano: proprio perché il nucleo della città turistica «tende a essere dominato dal commercio al dettaglio e da locali di svago piuttosto che da uffici, i quartieri residenziali della classe lavoratrice situati in centro diventano una rarità. Così il centro città diventa appannaggio di visitatori agiati, conducendo a un’esclusione della classe lavoratrice dal centro»

Non solo la classe lavoratrice, anche il ceto medio indi- geno viene espulso: io abito nel centro di Roma, vicino al Colosseo, in un edificio di sette piani con quaranta appartamenti. Fino a quindici anni fa, i residenti erano tutti italiani. Oggi dodici di quegli appartamenti sono adibiti a case vacanza o bed and breakfast, mentre altri tre sono abitati da numerosi bengalesi. Più di un terzo dei residenti è quindi andato a vivere altrove sfruttando la centralità del vecchio alloggio per ricavarne un reddito. Su questo andamento, l’impatto di Airbnb è stato devastante: fondata nel 2008, dopo soli dieci anni la compagnia offriva 4 milioni di unità immobiliari a 150 milioni di utenti in 65.000 città in 190 paesi. Nelle tre città più turistiche d’Italia gli appartamenti offerti sono raddoppiati in soli tre anni, dal 2015 al 2017: nei centri storici, sono passati a Roma da 9000 a poco meno di 18.000 (dal 7,20 al 12% delle unità); a Venezia dal 5,8 all’11,8%, a Firenze dal 10,1 al 21,4%. (...)E per gli altri autoctoni, che di turismo non vivono? Ma noi italiani lo sappiamo benissimo: lo «sguardo turista» agisce anche su chi di questo sguardo è oggetto, non solo su chi lo lancia: fa sì che i cittadini delle città d’arte vivano sempre sotto lo sguardo turista, vivano sempre sotto sorveglianza di uno sguardo letteralmente «fuori posto». Come andare in bagno la notte quando la casa è piena di ospiti indesiderati, scavalcando corpi sconosciuti in salotto. (...)



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