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Grandi navi. Bandiera bianca
Alessandro Russello
Corriere del Veneto 15/6/2019

Tenetevi forte. Abbiamo finalmente la soluzione per le Grandi Navi. Un bel referendum popolare e populista. Dove non sono arrivati sindaci, governatori, ministri, presidenti del porto, magistrati delle acque e scienziati della tecnica arriveremo noi. Uno striscio su un «sì» o un «no» come dovessimo decidere di una pista ciclabile. Una bella consultazione per stabilire dove-come -quando-perché far passare i bisonti e i bisontini delle crociere pieni di turisti che vogliono Venezia. Stretta fra l’esigenza (sempre più urgente) di tutela e la salvaguardia di un asset economico che rappresenta un pezzetto di Pil e fa mangiare migliaia di famiglie. A prefigurare un possibile referendum è stato ieri a Venezia il ministro alle Infrastrutture Danilo Toninelli, in perlustrazione in laguna per farsi un’idea approfondita dell’ecosistema più fragile e bello del mondo. Cosa giusta (qualcuno direbbe finalmente) a parte il vizio di un mancato incontro con il sindaco Brugnaro e il governatore Luca Zaia. Ma lasciando pur perdere i protocolli, ciò che sorprende è che su una partita così tecnicamente complessa la politica debba issare bandiera bianca abdicando al proprio ruolo. Che è quello di decidere.

Certo, il «dibattito pubblico», richiamato fra l’altro proprio in un'ultima legge sui cantieri, può anche avere una sua suggestione. Ma strizzare l’occhiolino al «popolo» per un’enormità del genere sembra, anzi è, una follia. Cosa dovrebbero fare i cittadini? Un bel corso professionale per corrispondenza tipo la vecchia e mitica scuola Radio Elettra? O una googlata puntando il dito su canale Vittorio Emanuele, San Nicolò al Lido o Malamocco o Chioggia e tutte le variabili di passaggio e attracco come in un videogioco per vedere l’effetto che fa? E poi chi dovrebbe votare a questo fantomatico referendum? Solo i veneziani? O anche i veneziani della città metropolitana? O tutti i veneti? O tutto i Nordest? O tutti gli italiani? O tutto il mondo e magari il cosmo alieni compresi. Di chi è Venezia? Non è forse un po’ di tutti se per primo il governo centrale si pone come austero decisore che fra l’altro non decide?

Il fatto è che quando la politica non sa che pesci pigliare (e non è ironia veneziana) usa la carta truccata della riconsegna della delega. I nostri governanti li abbiamo eletti perché decidano, perché mettano in campo - se le hanno - le loro competenze e la loro visione. Li paghiamo perché trovino soluzioni «in nome del popolo», che la volta successiva li rigiudica stabilendo nell’urna se hanno fatto bene o male. Questo è il vero referendum che santifichiamo ogni cinque anni. Si chiama, appunto, assunzione di responsabilità. Delegare ai cittadini dove far passare e attraccare le grandi navi significa arrendersi alla comoda evidenza che non si hanno le competenze e il coraggio politico di sapersi confrontare con la complessità di cui sopra. La complessità della complessità, per quanto riguarda Venezia, che fra Mose e gestione della sostenibilità della città è il condensato della sfida più «tecnica» che possa esistere al mondo. Laguna, scavi dei fanghi, maree, dighe, rotte turistiche e sovrapposizioni al traffico mercantile a Marghera, Lido o non Lido e via complicando. Certo, è anche un tema «politico» - ovvero a cosa siamo disposti a rinunciare per tutelare nel miglior modo possibile Venezia - ma non ce la si può cavare con la richiesta di un «sì» o un «no» o un «dove» rovesciando addosso ai cittadini una scelta da far tremare i polsi. Magari affidando all’implacabile piattaforma Rousseau il destino degli uomini, delle acque, delle pietre e della storia.



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