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Questa cultura arrovesciata. I musei, l’Archivio Alinari: un’inversione di ruoli, due scelte pericolose. Da evitare
Stefano Passigli
Corriere Fiorentino 18/6/2019

Firenze è oggi al centro di alcune decisioni politiche che mostrano un’inversione di ruoli tra ministero dei Beni Culturali da un lato, e Regione Toscana e Comune dall’altro. La Costituzione attribuisce a Stato e Regioni competenze concorrenti in materia di beni culturali, attribuendo allo Stato la loro tutela e conservazione, e alle Regioni la loro valorizzazione e promozione. Invece...

Sta facendo discutere la decisione del ministro dei Beni Culturali Alberto Bonisoli di modificare radicalmente la riforma Franceschini, riducendo l’autonomia dei grandi musei come Uffizi, Accademia e Bargello. Nel dibattito interviene Stefano Passigli, presidente di Scala Group, il maggior archivio d’arte nel mondo, già sottosegretario alla presidenza del Consiglio ed ex presidente dell’Istituto Luce, che in questo intervento fa un parallelo con la vicenda degli Archivi Alinari.

Firenze è oggi al centro di alcune decisioni politiche che mostrano una singolare inversione di ruoli tra ministero dei Beni Culturali da un lato, e Regione Toscana e Comune di Firenze dall’altro. La Costituzione, al Titolo Quinto, attribuisce a Stato e Regioni competenze concorrenti in materia di beni culturali, attribuendo allo Stato la loro tutela e conservazione, e alle Regioni la loro valorizzazione e promozione. Assistiamo invece al Mibac che annuncia di voler limitare drasticamente l’autonomia gestionale dei grandi musei sopprimendone i consigli di amministrazione e conseguentemente la possibile presenza di Regioni ed Enti locali nella loro gestione, e all’annuncio della Regione Toscana che dichiara di voler acquistare la Alinari. L’inversione dei ruoli attribuiti ad entrambe le istituzioni dalla Costituzione è chiara ed evidente.

Ritengo molto importante l’autonomia gestionale dei grandi musei: fui il primo parlamentare a proporla nella XI legislatura (1992-94), incontrando il disinteresse sia della maggioranza che dell’opposizione, e solo un tiepido riscontro da parte di Antonio Paolucci di lì a poco ministro nel governo Dini (1995-96). Ho proseguito nella proposta nelle successive legislature, trovando finalmente ascolto nel Pd con Franceschini ministro dei Beni Culturali. Mi auguro perciò che il ministro Bonisoli riconsideri la decisione annunciata, e non sostituisca un neo-centralismo alla politica di autonomia gestionale dei grandi musei che ha dato buoni frutti in questi anni. L’autonomia gestionale può infatti ben conciliarsi con l’insostituibile ruolo di tutela e conservazione affidato dalla Costituzione allo Stato, mantenendo così lontana dai potentati locali la scelta dei direttori dei grandi musei e la definizione delle linee strategiche dei grandi progetti (ad esempio Pompei) che utilizzano fondi europei, ma valorizzando il sorgere di risorse locali sia progettuali che economiche.

Speculare è il giudizio nella vicenda Alinari. Nel comportamento di Regione e Comune due aspetti colpiscono infatti negativamente: in primo luogo l’assoluta incompetenza (in senso giuridico) della Regione che si affida allo Stato per la valutazione del Fondo storico della Alinari non avendone la competenza (questa volta in senso tecnico-economico), ma poi pensa di poterlo gestire laddove nessuna compagine societaria è riuscita negli ultimi decenni a gestire l’archivio Alinari mantenendo un equilibrio economico: dal Senatore Cini e i suoi eredi, agli Zevi, ai de Polo, alla società tra de Polo e 24 Ore , e ora nuovamente ai soli de Polo.

In altre parole, la Alinari perde da decenni, come è inevitabile avvenga per un archivio che ha un valore storico ma uno scarso appeal sul mercato e troppo poche immagini digitalizzate. La gestione dell’archivio richiederà ingenti investimenti per assicurare una più ampia digitalizzazione del suo patrimonio iconografico, unica maniera per poterne assicurare un utilizzo sia a fini scientifici che commerciali. In ogni caso, sulla base dell’esperienza di altri grandi archivi storici (ad esempio Roger Viollet, di proprietà del Comune di Parigi che cerca invano di affidarlo in gestione a terzi) è facile prevedere che la Regione dovrà far fronte ogni anno a considerevoli passivi di gestione, che saranno ancor più elevati se comprando l’archivio la Regione lascerà ai de Polo i diritti di sfruttamento economico sulle 250 mila immagini già digitalizzate. Un unicum nella storia del diritto d’autore di cui è difficile comprendere la razionalità se non in termini di una inspiegabile debolezza negoziale dell’ente pubblico nei confronti di un imprenditore privato.

È dunque inevitabile che Firenze si rassegni alla perdita del Fondo Alinari? Assolutamente no. Il Fondo Alinari ha il valore che avrebbe una grande raccolta di incunaboli o di cinquecentine, o di simili tesori. Serve a studiosi e a specialisti, e va preservato anche se la sua gestione ha avuto, e avrà sempre un consistente deficit. Ma è allo Stato che spetta il compito di conservare i beni culturali, al di là del loro costo di acquisto e di gestione. Lo Stato ha effettuato una valutazione del Fondo Alinari: nel rispetto delle competenze stabilite dalla Costituzione, spetta ora allo Stato di comprare il Fondo Alinari (non certo la società), appoggiandolo alla Biblioteca Nazionale di Firenze, con un adeguato contributo per la sua gestione. Ciò permetterebbe alla Regione di destinare i 12 milioni per l’acquisto dell’archivio , e i molti ulteriori milioni che costerebbe in futuro la sua gestione, ai propri fini istituzionali più fondamentali, a cominciare dalla sanità che ha in Toscana urgente bisogno di medici e infermieri, evitando incursioni al di là delle proprie competenze costituzionali.



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