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Torino. «Studio Pompei e salvo i graffiti»
Paolo Coccorese
Corriere della Sera - Torino 26/6/2019

«Studiando i graffiti ho scoperto la tecnica meravigliosa degli street artist. Realizzano tratti diversissimi con bombolette che sembrano tutte uguali». Una confessione inaspettata quella di Arianna Valentina Scarcella, 31 anni, dipendente del Centro Conservazione e restauro La Venaria Reale. È una delle responsabili del progetto Capus, che mira alla conservazione dell’arte pubblica. E di quei maxi murales che fino a poco tempo fa guardava con diffidenza.

La «salvatrice» dei graffiti torinesi ne sapeva poco di street art?

«Sono laureata in Conservazione e restauro dei beni culturali. Al primo anno, quando c’era da scegliere la specializzazione, ho puntato sul corso per la cura dei dipinti murali, materiali lapidei, stucchi, mosaici e superfici architettoniche».

Cose distanti dai graffiti.

«A prima vista sì, ma fin da piccola sono stata abituata ad amare l’arte e ad apprezzarla».

Di cosa si è occupata fino ad oggi?

«Ho restaurato il ciclo pittorico “Iti e Neferu” del Museo Egizio, ho lavorato anche al Castello di Moncalieri sugli affreschi della sala da pranzo. A settembre, andrò a Pompei per studiare i dipinti della Casa della Caccia Antica».

Quando le è stato chiesto di occuparsi di murales si è sentita «snaturata»?

«No. Sono una fan di Peggy Guggenheim, occuparmene la considero una sfida professionale. Un po’ incredibile, forse. Ma interessante. Devo confrontarmi con materiali nuovi e riscoprire concetti già conosciuti, come i processi di degrado, in una maniera diversa».

Per esempio?

«Intervenendo sul murales della Thyssen abbiamo riscontrato alcuni distacchi della pellicola pittorica. Fenomeno che si trova frequentemente sui dipinti murari, ma che in questo caso è generato dall’uso delle resine acriliche che hanno creano uno strato compatto e poco traspirante sulla parete».

Da cosa è partita?

«Ho dovuto studiare tanto».

Torino è una città speciale per la street art?

«Dagli anni Novanta, le istituzioni hanno un’attenzione speciale per questa forma artistica. Con la crescita del contesto culturale, è diventata a tutti gli effetti un’arte. Apprezzata anche dalla popolazione».

Così apprezzata da meritare un simile investimento?

«Mentre lavoravo in corso Valdocco, molto passanti si sono avvicinati preoccupati, chiedendomi: “Non vorrà mica distruggere il nostro murales?”».

Addirittura?

«C’è un forte senso di appartenenza, ogni opera ha un significato simbolico».

Sono tutte da salvare?

«Dopo una decina di anni iniziano a mostrare le prime variazioni cromatiche. I murales sono interventi effimeri. Nel loro salvataggio gioca un ruolo fondamentale il pubblico che va accompagnato per conoscere l’opera. Magari facendo incontrare loro l’artista».

I nemici dei murales sono anche gli altri writer.

«È un mondo a parte quello della street art, con una forte competizione. E per fortuna o purtroppo anche con una dose di illegalità».

Fortuna?

«È interessante questa cultura che nasce dal basso. Ma non accetto proprio tutto: non capisco quando scrivono su un monumento o un edificio storico».



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