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Beni culturali, è guerra per bande
Sergio Rizzo
LA REPUBBLICA 28 giugno 2019

Per avere un assaggio della tempesta che ha scatenato la riforma del ministero dei Beni culturali targata Alberto Bonisoli, ecco le parole di Francesco Prosperetti: «Neanche il ministro fascista Bottai aveva osato tanto, al momento di scrivere nel 1939 la prima legge organica sulla tutela dei Beni culturali. La posta in gioco della nuova riforma è lo stato di diritto, niente di più, niente di meno». Il soprintendente di Roma ce l’ha con l’articolo 14 della riforma, che «arroga al direttore generale la completa arbitrarietà sull’apposizione dei vincoli, in spregio a ogni garanzia, scientifica e amministrativa». Riservando alla Direzione generale archeologia, belle arti e paesaggio tutti i compiti di tutela, l’articolo in questione prescrive che «con riferimento alle funzioni » di tutte le soprintendenze, anche speciali, la stessa Direzione generale «esercita i poteri di direzione, indirizzo, coordinamento e controllo anche attraverso l’adozione di provvedimenti di autotutela e, in caso di necessità, informato il segretario generale, avocazione e sostituzione ». Il che significa: potere assoluto. «Rischia di essere messo in discussione », insiste Prosperetti, «un fondamento storico del ministero, da sempre articolato in amministrazione periferica e centrale: da un lato le soprintendenze attente al territorio, dall’altro le direzioni generali e il Collegio romano più attenti alla politica e al ministro. Il tutto per far posto a un inedito superdirettore soprintendente d’Italia che, seduto al suo tavolo ministeriale, fa e disfa a suo piacimento, senza alcun altro livello di interlocuzione che non sia l’organo politico, con buona pace dei territori». Ma la conseguenza ancora più grave, sostiene, è il venir meno della precedente procedura per l’adozione dei vincoli: la proposta spettava ai soprintendenti e la successiva dichiarazione al ministero; un sistema che consentiva anche ai privati colpiti dal provvedimento di fare osservazioni e ricorsi. «Sembrerebbe così venir meno una condizione propria dello stato di diritto, che consiste appunto nella possibilità per i cittadini di far valere i propri diritti nel rapporto con lo Stato», sottolinea il soprintendente. «Stento a credere», conclude Prosperetti, «che a far questo sia un esponente del movimento che ha rivalutato l’uso dei termini di Cittadino e Cittadinanza». C’è perfino chi si spinge ad argomentare come questo passaggio possa generare un conflitto costituzionale, aprendo una contraddizione fra l’articolo 9, che tutela il paesaggio, e l’articolo 42, che garantisce la proprietà privata. Lo scontro di potere che si profila, insomma, è totale. Tuttavia non molto diverso da quello che si era già acceso intorno alla riforma del precedente ministro Dario Franceschini. Ma questo evidentemente è il destino di un Paese privo di memoria che non impara mai nulla dal proprio passato. Dove ogni ministro sente a priori per spirito di vendetta politica o necessità di affermazione personale il dovere di smontare ciò che ha fatto chi l’ha preceduto, avendo la certezza, mentre lo fa, che pure la sua riforma sarà smontata dal successore. E così via, all’infinito: senza fare un passo avanti. Oltre a ridimensionare il ruolo delle soprintendenze concentrando i poteri di tutela nella direzione di Gino Famiglietti, dentro il ministero l’avversario più risoluto della riforma del precedente ministro Dario Franceschini che aveva comunque anch’essa creato non pochi malumori (fra cui quelli dello stesso Prosperetti), questa nuova riforma attribuisce un ruolo predominante e non distante da responsabilità politiche al segretario generale Giovanni Panebianco, uomo del sottosegretario alla presidenza Vincenzo Spadafora. E la mossa non va giù ai salviniani, che con la ministra della Pubblica amministrazione Giulia Bongiorno l’hanno ruvidamente contestata. Il risultato è che ora, fra grillini e leghisti, pure nel ministero dei Beni culturali volano gli stracci. Mercoledì scorso, dopo che il sindaco di Firenze, il renziano Dario Nardella aveva definito “non accettabile” la riforma che declassa la Galleria dell’Accademia accorpandola con gli Uffizi, annunciando «una lettera come coordinatore dei sindaci metropolitani nella quale chiederemo di sospendere l’iter», anche la leghista Lucia Borgonzoni ha messo per iscritto le proprie lamentele contro «una linea di azione che torna a centralizzare». Già in precedenza la sottosegretaria salviniana aveva contestato il declassamento del Castello Miramare di Trieste, considerato un colpo basso al Friuli-Venezia Giulia governato dal suo collega di partito Massimiliano Fedriga. Ma adesso chiede «una revisione profonda dei testi che evidentemente non sembrano essere il frutto di un adeguato confronto con tutte le parti interessate». Una bordata violenta all’indirizzo del suo ministro, senza particolari riguardi per chi ha materialmente architettato la riforma. E c’è di più. Proteste durissime arrivano anche dal mondo accademico. Come quella dell’etruscologo Mario Torelli, che ha scritto a Bonisoli di aver appreso «con viva costernazione, purtroppo non dai suoi uffici che pure avrebbero dovuto darmene contezza, che al Museo nazionale di Villa Giulia, del cui comitato scientifico mi onoro di far parte, è stata inopinatamente tolta l’autonomia per essere accorpato con altri istituti museali». Frasi da cui trapela indignazione. Ma è ancora nulla, rispetto al resto della lettera: «Forse non sa, signor ministro, che il Museo di Villa Giulia è la più grande e importante collezione al mondo di antichità etrusche, che ci è invidiato da tutte le maggiori capitali della cultura dei Paesi civili. Ridurlo al rango previsto dai suoi uffici è prima di tutto un atto – tragicamente inconsapevole – di vilipendio alla Nazione, che all’indomani della raggiunta unità ha fatto sforzi finanziari, scientifici e culturali molto al di sopra delle possibilità di un Paese appena costituito, per dare all’Italia una raccolta di antichità preromane degna del ruolo che si voleva per una nazione europea ». Il seguito alle prossime puntate.



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