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Firenze. Accademia, tesori e problemi: quale futuro senza autonomia?
Edoardo Semmola
Corriere Fiorentino 28/6/2019

Il reportage: code, caldo, spazi stretti: tutto ciò che la direttrice vorrebbe subito risolvere

Sotto il sole a 41 gradi delle 13.20 la coda per entrare alla Galleria dell’Accademia dura 27 minuti. Sono 22 per completare il tratto da piazza delle Belle Arti: nel frattempo vengono venduti 8 accendini, 5 ventagli con l’effige del David, 2 ritratti di strada, 3 ombrelli para-sole, 12 bottigliette d’acqua, con una richiedente elemosina che fa l’elastico da un capo all’altro della fila. Altri 5 minuti per superare il metal-detector. «Fatto alla svelta eh?» sorridono gli addetti all’entrata. «Se volete provare l’ebbrezza della coda vera venite quando il sole cala: questi orari sono per ardimentosi».
L’ingresso

L’afa come un pugno nello stomaco ci attende un attimo dopo: l’aria condizionata non c’è. O meglio ci sarebbe, ma è rotta. «Da due anni circa» dicono. «Si va di toppa in toppa a ogni guasto, ma non è più tempo di toppe, è tutto da rifare». Rifare l’impianto di condizionamento è il primo punto all’ordine del giorno alla voce «cantieri 2019» nei programmi della direttrice Cecilie Hollberg. Ci sono voluti tre anni per organizzare la macchina amministrativa in regime di autonomia. Tempo che Hollberg ha definito «di semina». Ora toccherebbe al raccolto. Se solo non le togliessero proprio adesso, sul più bello, quell’autonomia essenziale a portare avanti i progetti. «Entro fine anno inizieranno i lavori per l’impianto di climatizzazione, le capriate, la nuova illuminazione — quando la direttrice elencava i progetti per il futuro — tutti mai toccati da anni. Cambieremo l’ingresso, l’accoglienza, le didascalie, avremo finalmente una segnaletica».
In apnea

L’aria è respirabile nella Sala degli strumenti musicali. Africana in quella del Colosso. Sahariana tra i Prigioni e la Tribuna del David. «La direttrice combatte da anni per sistemare il condizionamento — racconta un altro addetto alla custodia, sotto lo sguardo del David — ma si è scontrata con un sistema di immobilismo burocratico che non sospettava». La conferma, indiretta, ce l’aveva data due settimane fa proprio la manager tedesca: «Burocrazia? Non ne ho mai vista al mondo una più faticosa». Figuriamoci senza autonomia. Così intanto ha sopperito disseminando la sala di deumidificatori e ventilatori. I primi ingannano la vista: danno l’illusione di essere bocchettoni d’aria (e via a metterci le mani sopra per provare, invano, il fresco) . I secondi fanno quello che possono.
Il Ratto (della luce)

Alle 13.55 la Sala del Colosso è caotica e trafficata che quasi sembra la stazione dei pullman, tra La Visitazione del Perugino e la Madonna con Bambino di Botticelli. Una famiglia di messicani in cui tutti indossano una maglietta con l’Uomo Vitruviano e un sombrero osservano il modello originale del Ratto delle Sabine del Giambologna: «Hermoso». Peccato che «no está claro». «Non si vede bene». Il terzo punto alla voce «cantieri» recitava appunto «nuova illuminazione». «Se l’autonomia scomparirà — si rammaricava la direttrice — sarà un ritorno a prima che il museo iniziasse a respirare». Respirare, appunto. Quello si fa a malapena.
Arte musicale

Per riprendersi giriamo a destra in direzione strumenti musicali: i bambini prendono possesso delle quattro postazioni video, accanto una studentessa americana riproduce le forme degli antichi flauti a matita sul quaderno. Tutti hanno un solo chiodo fisso: gli Stradivari. Sono tre: un violino, una viola e un violoncello. Indistinguibili dall’occhio profano. Occorre farsi largo tra anche e gomiti per sbirciare le didascalie e leggere: «Stradivari». «Vogliono sapere solo quello e poi chiedono se questi strumenti vengono suonati ancora» parte subito la sorvegliante, alzando di scatto l’indice per indicarli. Anche su questo Hollberg avrebbe le idee chiare. Col condizionale d’obbligo: «Bandirei un concorso per curatore degli strumenti musicali», era l’intenzione. «Ma il ministero non prevede questa figura, quindi non l’avrò mai» è l’amara conseguenza.
«Silenzio, è il David»

Nella Tribuna del David la voce agli altoparlanti è a cadenza quasi regolare: «Silenzio! Silenzio!». Si cammina strizzati e la folla sfila quasi ignorando i Prigioni e la Pietà da Palestrina di Michelangelo. Ai piedi del re della scultura rinascimentale si scatenano. Le voci si alzano. Urlano perfino. E non guardano altro. «Accade di continuo — lamentano i dipendenti — tanto che a volte mettiamo un disco con inciso l’invito a fare silenzio e loro urlano anche sopra il disco».
Duecento e Trecento

Si passa dalla sale del Duecento e Trecento, di Giovanni da Milano e degli Orcagna — nessuno si ferma nonostante il Cristo in pietà e le Madonne del Gaddi — e da Giotto, e l’ossigeno è quasi del tutto scomparso. Di fronte alla Madonna con Bambino di Pacino di Buonaguida un americano sbotta: «Cosa la prendo a fare l’audio-guida se dice le stesse cose che leggo sulle didascalie?». Altri invece hanno opinioni contrarie: «Veniamo dalla visita a Roma e qui le audio guide sono fatte meglio. Funzionano».
Per intenditori

L’ossigeno ricompare al primo piano dove il tardo-gotico non accende gli entusiasmi dei turisti. «Non vediamo mai gruppi quassù — racconta l’addetta seduta alla fine delle scale — quelli vanno dai Prigioni , se va bene, sennò dritti dal David . E poi tanti saluti. Qui salgono solo quelli motivati». È il regno di Lorenzo Monaco che attira un pubblico più anziano e, tra i ragazzi, chi cerca spunti di studio. C’è anche la sala didattica: una trentina di libri su uno scaffale, 4 postazioni computer, quasi ignorata. La direttrice vorrebbe (o voleva) potenziarla. Ci riuscirà?
Il bookshop

Il giro finisce al bookshop dove sono le cartoline ad andare a ruba. Poi i «David» soprammobile a 15 euro, calamite per frigoriferi. «Libri pochi, più che alto vendiamo gadget».



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