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Napoli, anagrafe di piazza Dante. La fine della Storia
Gian Maria Tosatti
Corriere del Mezzogiorno - Campania 29/6/2019

L’artista racconta la sua scoperta di un luogo oggi in abbandono

Gli ultimi impiegati dell’archivio di Stato Civile del Comune di Napoli vanno in pensione e con loro si perde la memoria dei nati in questa città dal 1809

Nel 1997 Saramago pubblicava un breve libro dai toni particolarmente ombrosi. Il titolo, Tutti i nomi, si riferiva all’enormità di informazioni contenute nella Conservatoria Generale di una fantomatica città portoghese. Protagonista era il «signor Josè», scrivano dell’archivio anagrafico, appassionato di notizie su figure illustri del suo tempo che precipita in un’avventura le cui tinte sembrano prese dalla tradizione letteraria partenopea, per l’ineffabile qualità di scantonare tra gli scenari della vita e quelli della morte. Tutto questo nell’oscuro labirinto di scaffali che tengono registrati tutti i nomi e i fatti essenziali di chi ieri ha contratto matrimonio, ha aperto gli occhi in questo mondo o li ha chiusi. Tutti i nomi, tutte le storie d’una «sì lunga tratta di gente, ch’io non avrei creduto che morte tanta n’avesse disfatta».

Questa, però non è una citazione di Saramago, ma di Dante. Perché è proprio nella piazza intitolata al decano dei nostri poeti, nella città di Napoli, che inizia e forse si chiude un’altra storia, con un altro protagonista, il signor Nicola Parola, per certi versi, assai simile al suo collega portoghese. Anche lui, infatti, appassionato di personaggi celebri. Guidato dalla sua memoria ho percorso i corridoi della vecchia anagrafe, un possente edificio di quattro piani che fronteggia il Convitto Nazionale, alla ricerca degli atti di nascita del principe Totò o di quello di morte di Giacomo Leopardi. Tutt’attorno migliaia di libri appoggiati sugli scaffali, la cui unica dicitura, oltre all’anno, riportava l’inequivocabile definizione di NATI o MORTI (proprio così, tutto in maiuscolo). Volumi che talvolta se ne stavano silenti e ordinati da decenni senza mai essere aperti, contenendo tutti i nomi.

Nei lunghi passaggi interni di quello che in origine era un vecchio monastero, alcuni ventilatori, sparsi, molti dei quali non più funzionanti, tiravano come una corda che passasse di stanza in stanza, qualche filo di aria, in quella vera ed immensa – per volume d’esistenze ivi contenute – istituzione totale. Ogni tanto, girando per le grandi camere, s’incontrava un crocifisso, forse un segno di protezione per le anime inchiodate alle centinaia di milioni di pagine. Più raramente, sotto un neon oleoso ed incerto, appariva la sagoma montagnosa di un corpulento impiegato, seduto ad una vecchia scrivania, intento, con la cura di un antico amanuense, di un monaco d’abbazia, a vergare, con una calligrafia perfetta, ormai quasi inconcepibile, nomi e fatti, occorsi decine, talvolta centinaia, di anni fa, integrazioni di storie, passaggi, cruciali per l’attribuzione di un cognome, per la reversibilità di una pensione.

Dietro il signor Parola, nel silenzio di chi segue il proprio Virgilio, avevo il tempo di osservare quei codici miniati fatti di parole giusto un attimo prima che si richiudessero sollevando uno sfiato di polvere, per essere riposti in una delle tante librerie che costituivano, pressoché, l’unico arredo che si trovasse nell’edificio. Erano migliaia di metri quadrati che, per qualche ragione, non so se reale o di suggestione, ho sempre percepito avvolti nella semi-oscurità, proprio come Saramago descrive (ma anche questo, ormai non so più se sia la realtà o una mia impressione) la Grande Conservatoria Generale. Questa, come la sua parente napoletana sembravano essere istituzioni millenarie, come l’inferno appunto, come forse, l’archivio di Minosse. In realtà la nascita di questi luoghi è assai più recente. Da noi vennero istituiti con l’Unità d’Italia. Le anagrafi passarono, allora, dalle parrocchie al sistema centrale dello Stato e le «conservatorie» diventarono una rete di archivi pubblici che, per la prima volta, laicamente, tenevano conto e memoria della vita e della morte, dei sacri giuramenti prestati e sciolti da tutti i nomi.

Solo Napoli fa eccezione. Qui l’anagrafe arrivò nel 1809, cinquanta o sessant’anni prima che a Torino, a Firenze, a Roma. Di questo primato il signor Parola andava fiero come fosse merito suo. E d’altra parte, lui, perfetto amanuense, era l’ultimo discendente di un ordine abbastanza antico e affascinante, quello degli impiegati comunali che sembravano un tutt’uno con l’istituzione di cui erano espressione. Sono figure che ricorrono in letteratura, ma che sono oggi per lo più estinti, come i dinosauri o i santi. E qui, in questo luogo sospeso, in questo piccolo purgatorio in terra, su questo albero genealogico dell’umanità, ormai quasi del tutto secco, ebbe la forza di nascere un piccolo fiore, un piccolo segno di rinascita. Responsabile ne fu uno dei rarissimi intrecci virtuosi tra l’arte e la politica che si possano raccontare. Nel 2013 quando misi piede per la prima volta a Piazza Dante, 79, accompagnato da Francesco Chirico, il palazzo era semichiuso ad eccezione dei pochi impiegati di cui ho riferito e che lavoravano in soli due piani dell’edificio. Le altre parti erano inagibili per via dei danneggiamenti causati da una infiltrazione d’acqua di una ventina d’anni prima. Alcune porzioni del grande scalone monumentale secentesco erano in disarmo. L’intero corpo di fabbrica era stato posto sul mercato dall’amministrazione Iervolino. Dovetti scalare l’intera piramide ostile dei funzionari comunali per raggiungere l’assessore di allora, Sandro Fucito e fargli balenare l’idea che il mio progetto «Sette Stagioni dello Spirito» potesse essere un vettore capace di traghettare quella memoria del popolo napoletano in carta e inchiostro, quell’edificio storico e glorioso, fuori dalle secche istituzionali in cui si era arenato. Coi soli fondi privati destinati alla produzione di un’opera d’arte, l’Anagrafe di Piazza Dante venne rimessa in sicurezza. Lo scalone monumentale fu ripristinato e restaurato. L’edificio veniva contestualmente ritirato dal mercato e restituito ai napoletani con l’apertura di una grande installazione visiva, ormai storica, che si svolse al terzo piano dell’edificio.

Scelsi in quell’occasione di ricostruire nelle 52 stanze che avevo trovato vuote, un’opera che quasi specchiasse ciò che avevo conosciuto ai piani inferiori. Un luogo come quello era già profondamente esistenziale. Come artista non avevo che da rivedere i dettagli, tirando le fila di una metafora amara sull’Italia e quel suo essere divorata da una malattia dello spirito che ci ha resi ciò che oggi ci scopriamo essere. E così feci. Tra le migliaia di visitatori ne ricordo due. Pietro Marcello, che volle, in quel luogo in equilibrio fra realtà e immaginario, ambientare un’ampia parte del suo film «Bella e perduta» (2015), e Paul Pfeiffer, grandissimo artista americano che mi venne a trovare una mattina. Alla fine della visita mi disse: «Ora sarei dovuto andare a Ercolano, per visitare finalmente gli scavi che sognavo di vedere da tanti anni. Ma ho deciso che non andrò. Ercolano l’ho già vista qui». L’opera venne poi smontata, il patto fragile tra l’arte e la politica si era rotto. Il terzo piano veniva di nuovo svuotato e restituito al suo degrado. Nelle mie rare visite successive all’edificio, registravo la preoccupazione degli ultimi amanuensi, allarmati per il fatto che nessuno da anni veniva mandato ad ereditare il loro prezioso lavoro di conservazione e intervento sulla memoria. La loro età, già avanzata, prometteva laconicamente la fine di una storia, forse la fine della Storia, considerando che nessuno ne avrebbe più annotato i sussulti e i battiti, i vagiti e gli ultimi respiri sulla carta. In questi giorni, i due impiegati rimasti acquisiscono il diritto al riposo, alla pensione. Nessun giovane scrivano è stato mandato dai funzionari di Palazzo San Giacomo a svolgere l’apprendistato presso i compagni anziani, che ancora sapevano districarsi a memoria nelle immense schiere dei partiti e dei partenti. E ora tempo non ce n’è più. Senza più custodi le file infinite dei libri si chiudono su se stesse come un labirinto. La memoria di quel filo d’Arianna che consentiva di trovare fra di esse una sposa o un orfano divenuto marchese, è dispersa. Anche le ultime stanze dell’archivio si spopolano. Tutti i nomi restano soli .



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