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SICILIA - Selinunte e il teatro dormiente
di Isabella Di Bartolo
LA REPUBBLICA 29 giugno 2019 - PALERMO



Il teatro greco di Selinunte dorme in contrada Gaggera, a ovest dell’area templare del parco più grande d’Europa. Nascosto da cespugli e rocce, sotto le campagne a ridosso di Triscina, la frazione di Castelvetrano, Comune in cui ricade il parco archeologico selinuntino. E’ lì da secoli, abbandonato dopo che i Cartaginesi nel 409 avanti Cristo conquistarono la grande polis e poi i secoli a venire, i terremoti e le spoliazioni la fecero dimenticare. Non ha dubbi David Camporeale, giovane studioso di Castelvetrano che da 15 anni cerca le tracce dell’edificio teatrale dell’antica Selinus e smentisce le tesi secondo cui il monumento non esista. «E’ sempre stato cercato in luoghi sbagliati » dice il trentacinquenne che, con una laurea in Beni culturali e un master in allestimento museale in tasca, indaga il territorio e spulcia i testi di quanti in passato ne hanno scritto. Ed è proprio uno scritto antico a guidare le ricerche di Camporeale e precisamente un frammento del poeta greco Callimaco che cita un proverbio: «I beni di Connaro sono di chi li prende». Poi aggiunge che costui aveva accumulato una grande fortuna gestendo un postribolo a Selinunte e a quanti gli chiedevano a chi volesse destinare tutto quel denaro lui ripeteva sempre la frase menzionata: «Così — scrive Callimaco — alla notizia della sua morte i selinuntini uscirono dal teatro per appropriarsi dei suoi beni ». «Una testimonianza letteraria che, senza dubbio, dimostra l’esistenza di un teatro nella città — dice lo studioso — tuttavia non sappiamo quando avvenne l’episodio raccontato dal poeta, certo prima della sua epoca (310-240 avanti Cristo) quando la fama del ricco Connaro aveva già varcato i confini della Sicilia, diffondendosi nel mondo greco dove appunto Callimaco la apprese». E’ sulla base di elementi storici, religiosi e culturali che Camporeale tenta di identificare l’edificio teatrale, orientato verso Occidente, dove al di là del Selinos, il fiume sacro da cui prende il nome la città, e accanto all’importante area dei santuari dedicati alle divinità della terra nell’area della Gaggera, si trova un’ampia zona aperta che si affaccia a sud sul mare, con alle spalle un rialzo di terreno sabbioso: «Questo luogo appare perfettamente idoneo all’installazione di un teatro», dice lo studioso che ha indagato il sito anche con le foto aeree evincendo anomalie nel terreno. Selinunte, la grande colonia fondata dai megaresi nel 640 avanti Cristo, fu una città grandiosa e potente: dopo di lei, a ovest, finiva la Grecia d’Occidente. Che una polis così importante, decantata dagli storici per la sua ricchezza, avesse un teatro è tra le certezze degli studiosi anche perché la stessa Selinunte fondò Eraclea Minoa che custodisce ancora oggi il suo teatro greco. «Selinunte era una città megalomane — dice Camporeale — vantava templi grandiosi e, come svelano nuove indagini, anche una grandiosa area industriale. Poteva non avere un teatro?» Ricorda gli archeologi che cercarono il monumento tra cui Cavallari e Schubring, e i siti sbagliati su cui venne identificato come il fianco orientale del promontorio su cui sorge la città antica e, ancora, ricorda anche le parole di Biagio Pace nel 1938: «La mancanza di teatri in città quali Agrigento, Gela e Selinunte si spiegherebbe col fatto che il fiorire di codeste città, anteriormente al IV secolo avanti Cristo, cade in un periodo in cui il teatro greco, limitato all’area indispensabile dell’orchestra, avrebbe generalmente posseduto pochi di quegli elementi saldamente costruiti che più facilmente possono aver sfidato i secoli». Ma secondo David Camporeale non è così come risulta dallo studio comparativo con altri teatri della Sicilia e della Grecia antica. Inoltre, la comparazione con altri edifici teatrali mostra come essi venivano costruiti con un grande paesaggio a fare da sfondo alla scena, aperto sul mare, e un’esposizione ottimale per evitare che durante le rappresentazioni il pubblico o gli attori si trovino il sole di fronte. «Così anche quello di Selinunte in contrada Gaggera — dice Camporeale — Emerge poi un altro dato che schiude un ambito di studi storico-religiosi finora solo parzialmente esplorato e cioè il fatto che i teatri fossero costruiti nei pressi di aree di culto dedicate alle divinità ctonie, della terra ». In questo scorcio del parco selinuntino si trova il santuario della Malophoros dedicato, appunto, al culto della fecondità e della terra. E, ancora, la presenza di un teatro a Selinunte è legata anche alla prestigiosa scuola diti rambografica nella città che ebbe il suo maggiore rappresentante in Teleste, ricordato da Diodoro tra i maggiori poeti del suo tempo. «Non può inoltre escludersi che Selinunte fosse partecipe dell’ambiente letterario della madrepatria Megara Hyblea in cui fiorì il grande Epicarmo, l’inventore della commedia dorica: per cui appare possibile l’esistenza di uno spazio scenico per le rappresentazioni delle sue opere, intimamente legate al culto di Dioniso, cui la grande colonia era stata sin dalla fondazione consacrata dall’oracolo di Delfi nel nome e nel segno del selino, sacro al dio dei misteri». Alla luce di tali ipotesi, suffragate da documentazioni e ricostruzioni, Camporeale ha già incontrato il neodirettore del parco di Selinunte e auspica l’avvio di una ricognizione mettendo a disposizione i propri studi. “Io non ho dubbi, il teatro è in contrada Gaggera. Si cominci a scavare».



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