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SICILIA - Spadaro, o la caparbietà di una detective dell’arte
di Paola Pottino
LA REPUBBLICA 29 giugno 2019 - PALERMO



L’aria mite, serena e sorridente può ingannare, ma dietro a quei modi gentili e al tono di voce pacato si nasconde un temperamento caparbio e un vero spirito da detective. Motivo per il quale Maria Antonietta Spadaro, architetto, storico dell’arte, ex docente, scrittrice, esperta di didattica museale e consulente storica per il Comune, viene chiamata “la signora in giallo” dell’arte. Per lavoro è sempre in giro tra chiese, monumenti, uffici, negli atri e nei cortili dei palazzi nobiliari e con l’aplomb che la contraddistingue, non si lascia sfuggire “strani” dettagli che la conducono verso scoperte sorprendenti. Il suo primo importante “caso” risale al 1986. «In realtà, — dice la Spadaro — io mi diverto molto a scovare i tasselli mancanti e quando mi imbatto in storie particolari, mi piace approfondire. Nel 1986 ero una giovane e appassionata docente di storia dell’arte e ricordo che mi appassionai a seguire le tracce dell’altare del Gagini, dato per disperso da tutti gli studiosi. Nel 1572, l’altare marmoreo dallo Spasimo passò alla chiesa di Santo Spirito ai Vespri, da lì, nel secolo XVIII, andò alla chiesa del Collegio Massimo dei Gesuiti sul Cassaro, poi, nel 1888 venne trasferito al Museo nazionale di Palermo all’Olivella e infine, nell’immediato dopoguerra, nella sede gesuitica di villa San Cataldo a Bagheria, dove lo individuai smontato in pezzi. Fino a quel momento — continua la storica d’arte — dell’altare se ne erano perdute le tracce e in seguito alle mie ricerche e grazie soprattutto all’ausilio di una fotografia del 1888 scovata nell’archivio fotografico della Soprintendenza, lo ritrovai. Dal 1997 l’altare si trova allo Spasimo e da allora si attende il suo montaggio con idonea ricollocazione che dovrebbe essere completata a breve». L’amore per il Gagini e il grande lavoro svolto per restituire all’opera una degna collocazione, non l’ha però allontanata dalla passione per i capolavori di ogni epoca. Dal Gagini alle sfingi egiziane, il fiuto della detective non molla. «Palermo è piena di sfingi — spiega la professoressa — perché vi fu un tempo nel quale anche la nostra città fu presa dall’“egittomania”. Ne abbiamo tantissime, ma in pochi lo sanno: all’Orto botanico, a Villa Belmonte all’Acquasanta e alla Noce per fare solo alcuni esempi». Nel 2004 il Comune le chiese di studiare tutte le opere d’arte contenute al Palazzo delle Aquile e tra quelle più o meno conosciute, la storica vide un quadro che la fece letteralmente impazzire. Si trattava della tela di Charlotte, la figlia di Maria Antonietta e di Luigi XVI di Francia, risparmiata dai rivoluzionari, portata a Palermo da Maria Carolina di Borbone in fuga da Napoli, posta allora in una piccola sala buia del Palazzo Pretorio. Grazie all’intervento della Spadaro il quadro è stato restaurato e trasferito in una stanza più grande. «Il suo valore storico è importantissimo — dice la studiosa — perché Charlotte è stata l’unica dei quattro figli a sopravvivere alla rivoluzione francese ». Stesso intuito per O’Tama Kiyohara, la pittrice giapponese che s’innamorò dello scultore Vincenzo Ragusa e di Palermo dove visse per più di mezzo secolo. «Ho studiato O’Tama per circa venti anni — racconta Spadaro — e due anni fa pensai di organizzare una mostra su questa donna straordinaria, ma al di là della Galleria d’arte Moderna e di un solo quadro in mostra nei locali della Società Siciliana Storia Patria, non c’erano altre opere esposte. Così, mi chiesi dove potessero essere i suoi quadri per poi scoprire che molti dipinti si trovavano nelle case di privati, alcuni dei quali ignari di possedere le opere dell’artista giapponese. Riuscii a riunire centosettanta dipinti e la mostra fu un vero successo. Recentemente ho poi scoperto che una natura morta di O’Tama, datata Palermo 1903, si trova a Kiev a casa di un collezionista». Altra avventura straordinaria della nostra “Sherlock Holmes” è la scoperta della Vittoria Alata di Antonio Ugo, un tempo abbandonata nei magazzini dell’ex Palazzo delle Finanze, poi rubata e in seguito ritrovata. Complice del fortunato reperimento, l’incontro con Melchiorre Di Carlo, collezionista e amante dello scultore palermitano, che fotografò l’opera prima che fosse trafugata. Grazie alla denuncia della scomparsa e all’insistenza della Spadaro perché ne fosse data notizia alla stampa, dopo poco tempo una telefonata anonima alla polizia annunciò il ritrovamento della statua in un magazzino di Danisinni. Oggi la Vittoria Alata, restaurata, si trova a Palazzo Ajutamicristo. Ripescare gli artisti siciliani di grande valore, ma caduti nell’oblio o, forse mai scoperti, è un’altra delle attitudini preferite della studiosa. Come Giovanni Lentini, figlio del più famoso Rocco, autore del bellissimo dipinto del soffitto del Teatro Massimo. Grazie ad una certosina ricerca, è riuscita a riunire e mettere in mostra decine di opere dell’autore perlopiù sconosciuto ai siciliani che per una vita visse a Milano e insegnò disegno all’accademia di Brera. Lo stesso vale per Alessandro Manzo, nato a Termini Imerese nel 1913 e scomparso nel 1994. Pochi sanno che è l’autore delle due statue realizzate per il prospetto principale della Chiesa di San Francesco di Paola o moltissime Via Crucis installate nei diversi monumenti siciliani. Maria Antonietta Spadaro non si ferma qui, dice che ha tre le mani «qualcosa di importantissimo». Chissà che non risolva quello strano caso del Caravaggio rubato.



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