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Il mistero del crocifisso attribuito a Michelangelo. Un giallo durato 13 anni
Giovanni Falconieri
Corriere della Sera - Torino 8/7/2019

Esportazione illecita di opere d’arte, l’inchiesta partì a Torino

È il patriarca melchita di Costantinopoli, Maximos V, a consegnare il crocifisso al conte Giacomo Maria Ugolini, ambasciatore della Repubblica di San Marino in Giordania ed Egitto. Vuol mettere in salvo la scultura, perché in quel lontano 1979 piovono le bombe della guerra civile libanese sul monastero di Ain Traz in cui l’opera è custodita. Nel 2006 Ugolini muore e il Cristo in legno — che nel frattempo una perizia dell’Opificio delle Pietre dure di Firenze attribuisce, pur tra mille dubbi, al genio di Michelangelo Buonarroti — passa nelle mani del suo segretario, Angelo Boccardelli. Che lo deposita nella cassetta di sicurezza C073 della Euro Commercial Bank di San Marino, perché «la ‘ndrangheta minaccia di rubarlo». La cassaforte è di proprietà di Giorgio Hugo Balestrieri: ex capitano della Marina Militare, ex ufficiale Nato, ex tessera 2.191 nella P2 di Licio Gelli, ex presidente del Rotary di New York e forse anche ex agente dei servizi segreti americani in Calabria. È l’inizio di un giallo internazionale che oggi farebbe impallidire persino la trama di un romanzo di Dan Brown. Con la Procura di Torino che a un certo punto apre un fascicolo per «esportazione clandestina di opere d’arte» nei confronti di Boccardelli e Balestrieri e ipotizza che il Cristo ligneo sbarcato sul monte Titano dal Medio Oriente abbia una provenienza illecita. Tentando, attraverso una rogatoria internazionale, di far arrivare all’ombra della Mole quel crocifisso alto appena 40 centimetri e custodito nel caveau di una banca della Serenissima Repubblica. Senza riuscirci. Tant’è che l’inchiesta viene trasmessa a Rimini per competenza territoriale.

È da 13 anni che il Cristo è rinchiuso in una cassetta di sicurezza e la vicenda giudiziaria che ruota attorno a un’opera assicurata per 50 milioni di euro — ma il cui valore sarebbe inestimabile, se si scoprisse che appartiene sul serio a Michelangelo — non si è ancora conclusa. Nonostante l’archiviazione del fascicolo per «esportazione clandestina di opere d’arte» a carico di Boccardelli e Balestrieri, la Procura di Rimini ha chiesto nei giorni scorsi la confisca della statuetta. Ritenendo che per quel particolare tipo di reato si possa disporre la misura anche in caso di proscioglimento o assoluzione in sede penale. La richiesta del pm Davide Ercolani è al vaglio del gip Vinicio Cantarini: oggi è in programma l’udienza in Tribunale. Boccardelli, che riteneva di poter finalmente rientrare in possesso del Cristo — tanto da prometterlo al Battistero di Ascoli Piceno — dovrà pazientare.

Sul giallo dell’opera di Michelangelo indaga per qualche anno anche la Procura di Torino. Ad accendere i riflettori sulla statuetta giunta dal Libano è il pm Giuseppe Ferrando, perché interessato a un’altra presunta opera scolpita dallo scultore aretino: un crocifisso in legno del valore di 700 mila euro che il ministero dei Beni Culturali ha acquistato per 3 milioni e duecentomila euro dall’antiquario torinese Giancarlo Gallino. Grazie alla presenza di un fascicolo d’inchiesta sull’opera acquisita dall’allora ministro Sandro Bondi, il pm Ferrando apre un fascicolo anche sul Cristo «gemello».

A 13 anni dall’inizio del giallo, gli interrogativi sulle origini del crocifisso custodito un tempo nel monastero di Ain Traz non sono stati ancora sciolti. Sebbene un’altra perizia — eseguita nel giugno 2012 da Heinrich Wilhelm Pfeiffer, uno dei maggiori esperti al mondo di Michelangelo — avrebbe confermato che si tratta effettivamente di un’opera dell’artista nato a Caprese. «Non ho più dubbi sull’appartenenza dell’opera a Michelangelo», fa mettere a verbale l’esperto.



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