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CAMPANIA - Cuma, scoperta la tomba del vescovo Aurelio
di PAOLO DE LUCA
LA REPUBBLICA, 08 agosto 2019



Studenti e archeologi dell'università Luigi Vanvitelli, guidati da Carlo Rescigno, proseguono gli scavi nell'antica colonia greca. Ritrovata anche una chiesetta


L’incisione sulla tomba è ancora chiara. Le lettere, accanto al simbolo di una croce, recitano “Ego Aurelius”. Poi, la sigla “Eps”, di “Episcopus”. Tradotto, “Io Aurelio, vescovo”. L’iscrizione risale al sesto-settimo secolo ed è l’ultima delle tante sorprese appena restituite dall’antichissima acropoli di Cuma. Il reperto proviene infatti dalla recente campagna di scavo condotta dal Dipartimento di Lettere e beni culturali (Dilbec) dell’università Luigi Vanvitelli. Trentadue studenti, tra archeologi e architetti, hanno lavorato sul terrazzamento più alto del sito, attorno al “settore h” del famoso tempio di Giove. Che poi di Giove non è, poi vedremo perché. Il cantiere, guidato da Carlo Rescigno, professore di Archeologia classica nell’ateneo campano, è durato poco più di un mese tra fine giugno e inizio agosto e si appena concluso.

L’equipe ha alloggiato nelle due storiche masserie limitrofe, proprietà del Parco archeologico dei Campi Flegrei. «È dal 2011 – spiega Rescigno – che abbiamo una concessione ministeriale. C’è anche un accordo col nuovo direttore del Parco, Fabio Pagano, da sempre attento alla ricerca scientifica e alla comunicazione dei risultati». Risultati che stupiscono. Come questa sepoltura di un vescovo, in un tempio pagano. Non rappresenta una novità: ne sono state trovate numerose, negli anni. Ma racconta il fascino unico della stratigrafia archeologica. Perché Cuma, una delle più antiche colonie greche, fondata nell’ottavo secolo avanti Cristo dagli Eubei di Calcide, ha mille e più anni di storia ancora poco conosciuti: quelli del dopo Roma, del tardo-antico, del Medioevo. Quando, una volta caduto l’assetto imperiale, la città della Sibilla perse il suo splendore, fino a diventare una rocca spopolata e, addirittura, un covo di pirati.


Ma il tempio sulla sommità dell’acropoli rimase sempre un luogo sacro, in ogni quando. Venne trasformato in cattedrale, dedicata ai santi Massimo e Giuliana. «In meno di un metro di profondità – riprende Rescigno – si sovrappongono venti secoli: l’era greca, l’italica, la romana e la medievale. In ognuna di esse, questo luogo è stato il centro spirituale della città». Nel Medioevo, Cuma si trasformò in villaggio fortificato, con abitazioni lungo i terrazzamenti e sepolture accanto agli antichi mausolei. La storia del luogo si interruppe nel 1207, quando un esercito assoldato da Napoli e guidato da Goffredo di Montefuscolo, stanò i pirati rintanati nella fortezza. Da allora, l’area rimase sostanzialmente disabitata. Le ricerche del Dilbec, aiutate anche da immagini elaborate da un drone, indagano su queste fasce temporali. «Quassù, sul cocuzzolo di Cuma – dice Rescigno - indaghiamo sulla storia più antica e la più recente del luogo». È qui, tra la parte superiore e inferiore del tempio, che è stato aperto un nuovo fronte di scavo. «Abbiamo ritrovato una chiesetta, siamo riusciti a riportare alla luce una parte dell’abside». Non si sa ancora molto: «potrebbe risalire all’età paleocristiana o all’alto Medioevo».

Una scoperta da non sottovalutare, che ricostruisce più aspetti dell’urbanizzazione cumana nei secoli. E che, in futuro potrebbe costituire un percorso ad hoc per i visitatori. Se da un lato riemergono elementi cristiani, dall’altro, ritornano antichissimi reperti decorati, terrecotte «che confermano l’antichità del tempio, innalzato intorno al settimo secolo aventi Cristo». È stata proprio la squadra di Rescigno negli ultimi anni a riportare in auge la teoria che l’edificio non fosse dedicato a Giove, come erroneamente trasmesso dall’antiquaria ottocentesca, bensì ad Apollo. «Era il dio che accompagnava i coloni – chiarisce Rescigno – e, attenzione, non era l’Apollo di Delfi, ma l’Apollo di Delo. Quello che nelle liriche arcaiche greche ama le vette, o che nei versi di Virgilio è alto e immane, proprio come l’acropoli di Cuma».

E, laddove la poesia non basti a classificare la verità, giunge in soccorso l’archeologia. Un’iscrizione ritrovata anni fa, celebra il restauro del tempio effettuato nel primo secolo a spese di Gaio Cupiennio, notabile romano e amico personale di Ottaviano Augusto (che avallò una campagna di restauro degli edifici nei luoghi narrati dall’Eneide, Cuma in primis). Anche qui le lettere parlano chiaro: l’uomo finanziò i lavori per riportare in auge l’Aedes Apollinis, ossia il Tempio di Apollo. Una storia tra le storie di una delle città più affascinanti misteriose del mondo antico.



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