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Lecce, Museo Castromediano. «Quelle teche vuote un danno per tutto il territorio»
Antonio Della Rocca
Corriere del Mezzogiorno - Puglia 20/8/2019

«Non doveva accadere. C’è stato un grave errore di comunicazione, come sempre accade da noi, perché in realtà quella non era un’inaugurazione». Non usa mezzi termini il rettore dell’Università del Salento, Fabio Pollice, sul caso del museo Castromediano di Lecce, inaugurato ma con le teche vuote. «In questo modo - aggiunge - è stato danneggiato il territorio».
lecce «Non doveva accadere. C’è stato un grave errore di comunicazione, come sempre accade da noi, perché in realtà quella che fu proposta come l’inaugurazione del museo Castromediano, non lo era». È così che la pensa il rettore dell’Università del Salento, Fabio Pollice, sulla vicenda del museo provinciale, inaugurato, dopo la ristrutturazione, il 22 giugno scorso in pompa magna, anche se vuoto, privo delle sue splendide collezioni archeologiche, numismatiche, artistiche per le quali è conosciuto persino oltre i confini regionali. L’ateneo salentino, con la sua solida tradizione in materia archeologica e nel campo dei beni culturali, ha peraltro messo a disposizione i propri studiosi per il lavoro di riallestimento del museo. «La ristrutturazione ha dato vita ad un esempio mirabile di architettura museale, ma hanno pensato di far vedere questo luogo – sottolinea Pollice - senza le esposizioni museali. Volevano presentare alla città il nuovo museo, ma mi rendo conto che c’è stato un errore».

Rettore Fabio Pollice, due mesi fa, al termine dei lavori finanziati dalla Regione, vi è stata la grande festa inaugurale con tanto di orchestra e passerella di personalità. L’opinione di molti è che si sia inaugurata una scatola vuota.

«Lo so. C’era un altra possibilità forse, cioè tenere chiuso il museo e riaprirlo dopo il riallestimento, anche se ciò non avrebbe comportato un risparmio economico, almeno per il costo dei dipendenti. Ma se non c’è stato un danno economico, sicuramente c’è stato un danno d’immagine».

Come rimediare?

«Io credo che sarebbe giusto un dibattito onesto per cercare di spiegare bene quali sono state le motivazioni di tutto questo. Forse i vertici del polo biblio-museale erano certi di poter fare prima l’allestimento in quanto pensavano che la consegna del lavori sarebbe arrivata entro e non oltre il mese di marzo».

Cosa insegna questa vicenda?

«È un segnale forte. Ci dice che dobbiamo lavorare molto sul sistema di offerta culturale. Va premiata la volontà di riqualificare e rendere più moderne le strutture museali, ma dobbiamo metterle in rete e dobbiamo trovare le risorse per rendere maggiormente fruibili i nostri musei. Nel mio piccolo cercherò di muovermi affinché situazioni del genere non tornino a ripetersi, anche se credo nella buona fede di chi ha lavorato».

La buona fede può essere una giustificazione per ciò che è accaduto al Castromediano?

«Quello che è accaduto mi ha colpito, ma ripeto, è stato un errore di comunicazione».

Dopo l’inaugurazione la gente, forse, si aspettava di vedere un museo pieno di contenuti.

«L’idea del museo senza contenuti che è stata proposta a me non è che piaccia molto, ma se si è scelta questa strada si doveva parlare dell’architetto, del progettista, della struttura. La comunicazione, invece, probabilmente ha fatto credere altro. Io penso che non abbiano pensato alle conseguenze della loro scelta».

Sono stati spesi soldi pubblici. È ammissibile che si facciano errori di questo genere quando si maneggia il patrimonio culturale?

«È evidente che c’è stato un errore, ma a questo punto dobbiamo dire che questa cosa non deve ripetersi perché non solo il museo, ma il territorio ha subito un danno d’immagine».

Il salentino Massimo Federico, noto oncologo e cattedratico all’Università di Modena e Reggio Emilia, le rivolge un appello affinché vi si mobilitino le risorse studentesche per rilanciare il Museo Castromediano.

«Certo, il mio obiettivo è quello di far tornare ad essere l’Università del Salento il faro culturale del territorio. Occorre per questo mettere in rete tutti gli operatori culturali coinvolgendo la comunità. Io ci credo».



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