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Musei, il decreto cambia tutto, su conti e gestione decide Roma
Fiorella Girardo
Corriere del Veneto 22/8/2019

Bonisoli firma la riforma centralista che porterà a una direzione lombardo veneta

Venezia. Non c’è crisi che tenga, da oggi entra in vigore la contestata riforma del patrimonio museale statale. Il ministro Alberto Bonisoli ha firmato due decreti attuativi prima che il premier Conte rimettesse il mandato, che danno «gambe» alla riorganizzazione: uno definisce l’articolazione degli uffizi dirigenziali dei musei dotati di autonomia speciale (di cui fanno parte le Gallerie dell’Accademia in Veneto), l’altro le modalità di assegnazione delle risorse.

Con quella che Vittorio Sgarbi definisce «una scorrettezza istituzionale», il responsabile del ministero dei Beni culturali ha forzato la mano siglando una riforma che sta facendo discutere. A partire da Veneto e Lombardia, dove spariscono i Poli museali regionali e con loro la tanto agognata autonomia. Al loro posto nasce la Direzione delle reti museali di Lombardia e Veneto, con sede in Laguna, che vedrà un nuovo direttore vincitore del bando previsto dal decreto. Via, quindi, sia l’attuale responsabile veneto Daniele Ferrara, sia la sua omologa lombarda Emanuela Daffra. Il vincitore del concorso dovrà gestire trenta musei dipanati tra la Valtellina e la Serenissima, siti culturalmente prestigiosi ma poco redditizi, dopo che gli sono stati sottratti sia la Galleria Franchetti alla Ca’ d’Oro (accorpata alle Gallerie dell’Accademia), sia il Cenacolo Vinciano (passato sotto l’egida di Brera).

Il decreto, inoltre, prevede che il «100 per cento di tutti gli introiti, prodotti dagli istituti e luoghi della cultura statali (eccetto i musei con autonomia speciale, una decina in tutto, ndr ) vengano versati alla Direzione Generale dei musei per la successiva riassegnazione».

Non cantano vittoria neppure le grandi istituzioni alle quali viene fortemente ridotta l’autonomia (sia culturale che finanziaria) con la cancellazione del Cda e il ricorso all’approvazione del Direttore generale dei musei (che naturalmente sta a Roma) sia del progetto di gestione, sia del bilancio. Sarà un rinnovato comitato scientifico ad affiancare il responsabile del museo con funzioni consultative. Come si legge nel decreto firmato il 16 agosto, il direttore predisporrà il progetto di gestione del museo «sentito il Direttore generale musei», così come «il bilancio di previsione ai fini dell’approvazione della Direzione Generale Musei su parere conforme della Direzione generale Bilancio». Una centralizzazione che, a sentire l’ex sovrintendete lagunare Sgarbi, non durerà a lungo.

«È una riforma contraddittoria e toccherà al nuovo ministro fare ordine – chiosa lo storico dell’arte - non si capisce quali capricci istituzionali l’abbiano determinata. Per di più è in piena contraddizione con il contratto per l’autonomia di Veneto e Lombardia che si sta discutendo. A tal proposito, so che l’assessore lombardo alla Cultura sta mettendo in piedi un cartello con suoi colleghi di altre regioni per dare battaglia». Sul fronte politico non c’è solo la Lega a combattere una riorganizzazione che taglia alle radici le aspirazioni di portare le soprintendenze all’interno del panorama regionale. Anche il Pd non ha perso tempo e ha presentato un’interrogazione parlamentare a firma del deputato veneziano Nicola Pellicani: «La riforma istituisce reti museali disomogenee dal punto di vista della storia, dell’architettura e del patrimonio collezionistico artistico e archeologico - vi si legge - con criticità che si acutizzano a Venezia dove aumenterebbe ulteriormente la frammentazione di musei statali che invece sono caratterizzati da una spiccata omogeneità».



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