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VENEZIA - Politici e dirigenti, aguzzini di Venezia
di Tomaso Montanari
IL FATTO QUOTIDIANO | Giovedì 14 Novembre 2019

Questo pomeriggio sarò a Venezia, duramente colpita dal maltempo.
Voglio vedere da vicino i danni e rendermi conto della situazione.
Il tweet diffuso ieri del presidente del Consiglio Giuseppe Conte accende una flebile fiamma di speranza: se Conte davvero vorrà rendersi conto della situazione, comprenderà presto che Venezia non è stata affatto colpita dal maltempo. È stata colpita da una strategia di sfruttamento e abbandono gravemente colposa, a tratti flagrantemente dolosa. I nemici di Venezia, i suoi aguzzini, non sono i venti, le nubi, e lacqua piovana: sono una classe politica e una classe dirigente marcia fin nel midollo, in Laguna e a Roma. Il maltempo di cui parliamo è un tempo cattivo che dura da decenni: cattivo per la corruzione e la rapacità, cattivo per li g no r a n z a ,
cattivo per la miopia e la pochezza di chi avrebbe dovuto
decidere nellinteresse del bene comune, e invece ha pensato solo al
ritorno immediato di pochi.
CON LA FINE della Repubblica di Venezia (1797) entrò in crisi il
raffinatissimo meccanismo che per un millennio aveva conservato
qualcosa che in natura ha vita limitata: una laguna lasciata a se
stessa o diventa mare o si interra. Si può ben dire che la sopravvivenza
della Laguna è la storia di un successo nel governo dellambiente, che ha le sue fondamenta in un agire statale severo e lungimirante, nello sforzo severo e secolare di assoggettamento degli interessi privati e individuali al bene pubblico delle acque e della città (Piero Bevilacqua).
Finita questa storia, lestesa privatizzazione di parti della Laguna,
la creazione di valli da pesca chiuse, la bonifica per ottenere terre
asciutte per lindustria ha ridotto in notevole misura lo spazio in
cui le alte maree potevano disperdersi. Contemporaneamente, sono
state scavate e ampliate oltre ogni misura le bocche di porto che
mettono in comunicazione mare e Laguna: alla fine dellOttocento la
Bocca di Malamocco era profonda 10 metri, oggi contiene buche che
raggiungono quota meno 57, il punto più profondo dellAdriatico!
Non è dunque difficile immaginare da dove entri lacqua. La ragione:
rendere la Laguna accessibile alle navi industriali e alle Grandi Navi
da crociera. Uno sviluppismo dissennato, che fa oggi di Venezia la
terza città portuale più inquinata dEuropa: per lo smog delle navi, e
per i fanghi che stanno sul fondo dei canali e che rendono micidiali
le acque che ora consumano i marmi di San Marco.
LA SITUAZIONEdi cui il presidente Conte dovrebbe rendersi conto è
questa: e proprio come nel caso dellIlva è su questo piano strategico, e non solo sullimpossibile gestione dellemergenza, che il suo governo dovrebbe agire. Come ha scritto Edoardo Salzano, a cui è
stata risparmiata la vista di questa Venezia in ginocchio, si dovrebbe
iniziare con lo smantellamento della chimera ottocentesca del
MoSE, per ripristinare invece lequilibrio ecologico e morfologico
della Laguna, con ladempiere finalmente al mandato legislativo
(1973!) di escludere i traffici pesanti e pericolosi e impedire lingresso ai bastimenti più alti dei più alti edifici veneziani, col cancellare i progetti di tunnel sottomarini.
Una cosa Conte può fare subito: mettere fuori le Grandi Navi non solo
dal Bacino di San Marco (come si limita a promettere il furbo ministro
Franceschini), ma dalla Laguna. Perché è la Laguna come ecosistema che va salvata, non solo limmagine da cartolina.
E quel che non solo Conte, ma tutti noi dovremmo capire è che Venezia è un terribile acceleratore.
Ci mostra cosa succede a una città darte che viva solo di un turismo
predatorio che cresce fino a espellere i residenti, a cancellare
unidentità civile. Ci mostra cosa succede a un patrimonio culturale
tutto orientato alla follia delle grandi mostre invece che alla cura
del tessuto urbano, in un tripudio di tagli di nastri e inaugurazioni
che tolgono soldi e consenso allumile necessità quotidiana della
manutenzione. Ci mostra con anni di anticipo quel che succederà in mezzo mondo se non fermiamo linnalzamento delle acque provocato dal cambiamento climatico dovuto al dogma della crescita infinita.
Venezia che muore annegata è uno schiaffo in faccia a noi tutti, è
un modo terribile di ricordarci che si può, si deve, smettere di sfruttare e consumare il suo fragilissimo ecosistema: Moltissime specie
hanno trovato il modo di vivere in armonia con la natura, senza che
per farlo abbiano bisogno di suicidarsi. Lo fanno prendendo meno di
quanto il pianeta è in grado di produrre e salvaguardando gli ecosistemi. Lo fanno vivendo come se avessimo solo una Terra, e non
quattro. Se, in questa frase dello scrittore Jonathan Safran Foer,
sostituiamo alla parola pianeta o Terra la parola Venezia, riusciremo a capire perché non è colpa del maltempo: e come possiamo
ancora, nonostante tutto, salvare Venezia.



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