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Reperti archeologici trafugati, e il faccendiere svizzero disse al tombarolo. “Ho la più grande collezione etrusca del mondo”
di Lucio Musolino
IL FATTO QUOTIDIANO | 18 Novembre 2019

I carabinieri sono riusciti a documentare l'esecuzione di scavi clandestini nei siti archeologici di “Apollo Alea” di Cirò Marina, di “Castiglione di Paludi” in provincia di Cosenza e nell'area di “Cerasello. Usati metal-detector ed escavatori


“Mi saranno rimaste 40mila euro di monete che posso facilmente trasformare in contanti! Però me le voglio tenere! Mi capisci”. “Ci scialiamo questa sera. Facciamo 4/5 mila euro a testa se troviamo una moneta buona… per Londra”. E ancora: “C’è un industriale del nord che vuole vendere la collezione di vasi che ha comprato in passato. O, non ce n’è uno originale … ha speso 450 milioni di lire”.

È scattata stamattina all’alba l’operazione “Achei”. Su disposizione del gip di Crotone, i carabinieri del Comando tutela patrimonio culturale, con il coordinamento di Europol ed Eurojust, hanno arrestato 23 persone tra tombaroli, intermediari, ricettatori e trafficanti di reperti archeologici. Due di loro, Alessandro Giovinazzi di Crotone e Giorgio Salvatore Pucci di Cirò Marina, sono finiti in carcere. Su richiesta della Procura, il gip Romina Rizzo ha disposto gli arresti domiciliari per Antonio Camardo, Raffaele Gualtieri, Santo Perri, Alfiero Angelucci, Enrico Cocchi, Francesco Comito, Giuseppe Caputo, Sebastiano Castagnino, Simone Esposito, Giuseppe Gallo, Domenico Guareri, Vittorio Kuckiewicz, Franco Lanzi, Leonardo Lecce, Raffaele Malena, Marco Otranto Godano, Renato Peroni, Vincenzo Petrocca, Aldo Picozzi, Domenico Riolo e Dino Sprovieri. Altre 81 persone sono indagate nell’inchiesta che ha portato a perquisizioni non solo in Italia, ma anche in Germania, Francia, Serbia e Regno Unito.

I carabinieri sono riusciti a documentare l’esecuzione di scavi clandestini nei siti archeologici di “Apollo Alea” di Cirò Marina, di “Castiglione di Paludi” in provincia di Cosenza e nell’area di “Cerasello”. I tombaroli erano dotati di attrezzature professionali, come sofisticati metal-detector, che gli consentivano di capire dove scavare per trovare monete e oggetti in bronzo che poi rivendevano nel mercato nero. Dall’ordinanza di custodia cautelare, infatti, emerge una vera e propria holding criminale che, da tempo, gestiva un ingente traffico di beni archeologici provento di scavi clandestini in Calabria e destinati anche all’illecita esportazione all’estero.

Soprattutto a Londra dove uno degli indagati, Alfiero Angelucci detto “Teo”, in un’intercettazione sostiene di aver costituito una “fineart”, una sorta di ditta (collegata alle case d’aste e alle galleria d’arte) attraverso la quale – dice – “posso operare ufficialmente e tranquillamente sul mercato internazionale o londinese in particolare. Io mi occupo di certe cose, ma la ditta può fare altre cose. Quindi avendo a disposizione delle potenzialità io posso attivare il mio omino che sta su anche su questi temi qua. A quel punto non si presenta Teo (cioè Angelucci, ndr) che non capisce un cazzo ma si presenta una ditta che può, offre agli obiettivi individuati una determinata cosa… Capito? Per cui io più scompaio e meglio è. L’Inghilterra fra un po’ sarà estero e sarà sempre più difficile, riemergerà la dogana con tutti i cazzi, quindi avere già l’operatività all’estero significa che mantieni una operatività internazionale che dopo sarà più difficile”.

Nell’inchiesta è indagato anche il suo socio per quel che riguarda gli affari a Londra. Si tratta di Giuliano Catalli, figlio del curatore del servizio numismatico degli Uffizi. “È lui – racconta sempre nell’intercettazione Angelucci – il responsabile in Inghilterra di questa casa d’aste, poi lavora per Bulgari fa un sacco di attività”.

Angelucci, finito ai domiciliari, ha contatti in mezza Europa. Il 19 febbraio 2018 è al telefono con Roland Ansermet, che gli inquirenti definiscono un “personaggio residente in Svizzera, coinvolto in diverse vicende legate al traffico internazionale di reperti archeologici”. I due parlano dei problemi giudiziari legati alle inchieste che hanno interessato lo svizzero il quale, a un certo punto, rivela ad Angelucci: “Ma tu non sai cosa ho io, la più grande collezione etrusca del mondo. Gliel’ho fatta vedere a loro. È messa in Inghilterra in attesa del cliente e il cliente già ce l’ho. È un russo questo e loro sono impazziti”.

Anche se non indagato, nelle carte della Procura di Crotone è finito il nome di Raffaele Monticelli, un maestro elementare di Lizzano, in provincia di Taranto, coinvolto in passato in alcune inchieste sul traffico di reperti archeologici. Di lui, conosciuto con il soprannome “Raf” se n’è occupato a luglio “Sherlock”, la rubrica d’inchiesta del Fatto Quotidiano, con un pezzo dei colleghi Enrico Fierro, Vincenzo Iurillo e Ferruccio Sansa.“Raf” ha una conoscenza sconfinata del patrimonio archeologico italiano, ed è una persona abile, diffidente, scaltra. “Si sposta in treno – scrivono gli investigatori – e utilizza per le comunicazioni schede estere e/o pubbliche (cabine telefoniche) evitando così di essere oggetto di controllo”. Finito ai domiciliari, le cronache ricordano che a Monticelli nel 2017 sono stati confiscati beni per 22 milioni di euro, tra cui un appartamento affacciato su piazza della Signoria, a Firenze.

È Giorgio Salvatore Pucci che, durante un viaggio in auto, il 15 aprile 2018 chiede notizie di Monticelli a Enrico Cocchi il quale risponde “che ha chiuso pure con lui”. Ritornando all’inchiesta “Achei”, le indagini dei carabinieri hanno consentito il recupero di numerosi reperti archeologici per un valore di diversi milioni di euro. Un giro d’affari che, stando dalle intercettazioni, sarebbe entrato in contatto anche con insospettabili professionisti. Come un “giudice del nord Italia che veniva ad Isola Capo Rizzuto” – dice l’indagato Santo Perri – “al quale Raso il pescatore avrebbe venduto dei reperti falsi”.

Secondo il gip che ha firmato l’ordinanza di arresto, siamo di fronte a quella che può essere definita la “Criminalità Archeologica crotonese”, una organizzazione criminale che agiva secondo “vere e proprie modalità imprenditoriali tipiche delle associazioni ben strutturate”. Un gruppo di trafficanti d’arte insomma che “ha fornito materiale archeologico al mercato clandestino da destinare alla commercializzazione in Italia ed all’estero per il tramite di una fitta e complessa rete di ricettazioni”.



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