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Urbanistica. Le ferite di Firenze. Inutili?
Francesco Gurrieri
Corriere Fiorentino 18/12/2019

Nel 1954 a Oxford uscì il libro di Richard Neutra Survival trough Design , subito tradotto in Italia dalle olivettiane edizioni di Comunità, col titolo Progettare per sopravvivere . Ebbe molto successo. L’Italia si apriva al boom della ricostruzione e anche Firenze visse una stagione profondamente marcata dal mutamento della sua immagine, fra la ricostruzione del centro distrutto dalle mine naziste e la virulenta crescita delle sue periferie.

Già, quel mutamento — come ebbe a scrivere Neutra e fatto proprio dagli urbanisti del tempo — considerato intrinseco e connaturato alla spinta creatrice dell’uomo. Ma le prime traumatiche ferite all’immagine urbana, nel cuore intramurale di Firenze, furono l’intervento del Poggi per Firenze Capitale (1865-71 e oltre) e quello che vide il centro «da secolare squallore a nuova vita restituito» (1885-1895), secondo l’epigrafe dettata da Isidoro Del Lungo, e le realizzazioni eclettiche delle archistar del tempo, Vincenzo Micheli, Luigi Buonamici e Giuseppe Boccini. Si parla di tutto questo a seguito dell’intrigante volume di Mauro Bonciani, Firenze com’era e com’è, dai dipinti di Fabio Borbottoni ad oggi (pubblicato da Le Lettere). La presentazione del libro, avvenuta recentemente nei locali della Fondazione Cr Firenze, ha avuto una colta introduzione critica di Carlo Sisi che ha giustamente richiamato alcuni aspetti fondamentali e pregiudiziali sui quali è poi ruotata la discussione condotta da Paolo Ermini (che è anche prefatore del volume), Giovanni Gentile ed Emanuele Barletti (che aveva già curato brillantemente la mostra Firenze, fotografia di una città ). La Collezione Borbottoni — fonte iconografica della Firenze ottocentesca — è appartenuta al senatore Pontello ed è stata scientificamente studiata e pubblicata da Giovanni Fanelli; oggi ben conservata nella Pinacoteca della Fondazione Cassa di Risparmio costituisce ormai una consolidata fonte iconografica della città. Certo, riandando al «vedutismo fiorentino», resta centrale e ineludibile l’indimenticabile mostra al Forte di Belvedere Firenze e la sua immagine, cinque secoli di vedutismo (1994), curata da Marco Chiarini e Alessandro Marabottini, nel cui catalogo si trova il lungo saggio di Mina Gregori su Giuseppe Zocchi vedutista . Pubblicate nel 1744, le Vedute delle principali Contrade, Piazze, Chiese e Palazzi della Città di Firenze e Vedute di Ville, e altri luoghi della Toscana , restano il repertorio fondamentale dell’immagine urbana del territorio fiorentino, che sicuramente influenzarono e sollecitarono il Borbottoni, come molti altri, a riprendere il tema vedutistico.

Sisi, giustamente, non ha dimenticato le opposizioni che venivano gridate da quella couche colta, rappresentata dalla colonia anglo-americana ben piazzata sulle colline di Fiesole, Bellosguardo e Pian de’ Giullari; ma forse non si è ricordata la contraddizione della presenza inglese che, da una parte riprendeva il vecchio grido di Victor Hugo contro le demolizioni di Hausmann e di Napoleone III, di Guerre aux démolisseurs! , dall’altra faceva grossi affari immobiliari con la società «Florence Land and Public Works» presieduta da James Hudson. Era stagione di romanticismo e antirestauro, la SPAB (Society for the Protection of Ancient Buildings) gridava i suoi improperi anche contro le demolizioni fiorentine, soprattutto quelle del vecchio Ghetto che Corinto Corinti cercava di rilevare, immaginandovi virtualmente gli edifici della città romana.

Così, dopo le attenzioni critiche di Thomas Trollope e dei primi quotidiani (Patria , L’Alba , La Gazzetta di Firenze ). Ciò rende comprensibile l’utilità del libro del Bonciani che mette a confronto i soggetti dipinti del Borbottoni (pittore ma di professione «funzionario delle Ferrovie») con l’attualità, a dimostrare come e quante ferite abbia subito l’immagine urbana di Firenze. Così, nello svolgere delle pagine, è proposto il Chiesino del Ponte alla Carraia (Oratorio di Santa Maria Vergine), demolito nel 1867 «per allargare il ponte», dove — come ricorda il Conti nella sua Firenze vecchia — «la bellissima e famosa Beppa, fioraia, non mancava di lasciare ogni giorno un mazzo di fiori alla Madonna». Né poteva mancare la perduta Porta a Pinti (anche Porta Fiesolana), la più sfortunata delle porte della cerchia arnolfiana, per la quale il dipinto del Borbottoni resta un documento fondamentale. E poi, il Tiratoio delle Grazie, testimonianza diremmo oggi di «archeologia industriale» (insieme agli altri del Cestello e di San Frediano (da cui la piazza del Tiratoio), sparito, fra il 1850 e il ’60, per realizzare il Palazzo della Borsa (oggi sede della Camera di Commercio). E che dire dello stupefacente e scomparso Torrino del Maglio, costruzione piramidale che anticipava di secoli quella che sarebbe stata l’architettura dell’Illuminismo di Ledoux e Boullée? Questa «misteriosa costruzione» — come la definisce l’Autore, altro non era che un serbatoio che raccoglieva l’acqua da Pratolino per alimentare l’ospedale di Santa Maria Nuova e, passando, le Fontane del Tacca all’Annunziata. Oggi del Torrino resta solo la bella immagine del Borbottoni, dopo la sua demolizione nel 1878, quando via del Maglio prese il nuovo nome di via La Marmora. Ancora tanti altri temi sono messi a confronto dal Bonciani, come la Vagaloggia (ben presente anche nel quadro del giovane Bernardo Bellotto del 1740) e la Tettoia dei Pisani di piazza Signoria (demolita «per mettere ordine» e realizzarvi l’anonimo Palazzo Lavison, dove oggi è Rivoire). E poi, certamente fra le più suggestive, le immagini borbottoniane di Porta Romana e di Costa Scarpuccia. A tacere della singolare veduta di Pian de’ Giullàri, dove è ben visibile l’ingresso della villa Il Gioiello, ultima dimora di Galileo: una rappresentazione urbana che — ci indica ancora il Bonciani — «sembra quasi un quadro di Ottone Rosai, con le due «figurine» che si muovono in una quiete assoluta nella stradina con gli edifici dal classico color giallo di Firenze». Insomma, un volume semplice e umile questo Firenze com’era , ma davvero importante per il valore evocativo e per ricordarci, per fortuna senza alcuna affettazione accademica, quanto il «paesaggio urbano» sia un bene culturale da curare e conservare, non meno di un singolo monumento.



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