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Napoli. Colpo di scena ai Girolamini. Spunta la macchina teatrale che nel ’600 svelava i martiri
Natascia Festa
Corriere del Mezzogiorno - Campania 21/12/2019

Il soprintendente: «Assegnato all’impresa il lotto della Biblioteca»

Napoli. Palcoscenico Girolamini. Non bastava il sontuoso spettacolo del barocco, dalle statue di Pietro Bernini agli affreschi di Luca Giordano che fa della controfacciata un vero e proprio fondale teatrale. La chiesa del complesso fondato dall’ordine di San Filippo Neri — nel corso del restauro che terminerà ad aprile 2020 — ha svelato una vera e propria macchina scenica seicentesca, la prima in assoluto realizzata in Italia con due sole «cugine» successive, una a Palermo e un’altra a Roma.

Ma di cosa si tratta? Per chi volesse approfittare del prossimo open day previsto a febbraio (dopo quello di ieri) il consiglio è questo: attraversare l’imponente navata centrale della chiesa di impianto basilicale e affacciarsi nell’ultima cappella a destra detta dei Martiri. Ci si troverà di fronte a uno strano impianto «a scomparsa» ideato nel 1630 da un oratoriano particolarmente creativo e talentuoso, frate Gizio: durante l’anno la cappella presentava un aspetto abbastanza ordinario, con tre tele, due laterali monocrome raffiguranti apostoli e quella centrale con una Natività la cui attribuzione è ancora in corso. Due volte all’anno, però, in occasione del compleanno di San Filippo e in un’altra festa comandata, grazie a un argano (ritrovato nell’attigua ala del complesso) e a un sistema di pesi e contrappesi, le tre tele scomparivano nel pavimento in apposite fessure svelando i busti di ben 24 martiri. Un sipario che, invece di aprirsi, veniva inghiottito dal suolo. Ogni scultura terminava con una teca contenente le reliquie del martire raffigurato.

I furti hanno martirizzato questa «compagnia di martiri»: dei 24 oggi ne restano solo 9, restaurati tra Roma e Capodimonte. In primavera, alla fine del restyling, la macchina scenica sarà di nuovo attiva ma sarà un pulsante o un telecomando ad abbassare le tele.

Rimanendo in ambito spettacolare, singolare è anche il vicino di casa dei martiri. Si tratta di un San Gennaro cinematografico, ovvero la statua di cartapesta raffigurante faccia-gialla realizzato per il film Operazione San Gennaro . È lì dal 1966 quando Dino Risi usò la chiesa dei Girolamini per ricostruire la cappella del patrono. Così dai grandi artisti come Pietro Bernini, autore della magnifica Cappella commissionata dalla principessa Caterina Ruffo di Calabria, Sammartino che firma gli ineguagliati candelabri, fino all’anonimo artigiano del San Gennaro ad uso e consumo di Nino Manfredi, la chiesa è un continuo cantiere d’arte. Lo ha visitato ieri per la prima volta il soprintendente Luigi La Rocca che ha anche dato un annuncio: «Qualche giorno fa abbiamo consegnato all’impresa anche il terzo lotto degli imponenti lavori di restauro. Si tratta di quelli che riguardano la biblioteca, il chiostro degli aranci e l’ala su via Duomo. Per le facciate, invece, sono in corso opere di risanamento del grande progetto Unesco che amministrativamente fanno capo al Comune. C’è un intreccio istituzionale ma l’obiettivo è lo stesso: ridare unitarietà al complesso dei Girolamini che, anche per la sua vastità, era percepito come frammentato, e destinarlo alla formazione. Ora che dal ministero è stata varata l’autonomia dei Girolamini il rilancio sarà molto più semplice».

Bisogna salire tre piani di ponteggi e trovarsi sospesi a 12 metri per sfiorare con il naso le decorazioni in foglie d’oro, marmi e madreperla che valsero alla chiesa il nome di Domus aurea . Qui, a tu per tu con la Santa Caterina di Bernini, una nicchia orfana della tela in restauro svela una scritta: «Me Dionisi Iachomo Lazeri D Bartolomeo fiorentini speranza... » che potrebbe essere autografa di quel Dionisio Nencioni di Bartolomeo architetto fiorentino che nel 1619 portò a termine la chiesa iniziata dal conterraneo Giovanni Antonio Dosio che era morto durante la costruzione. Vero, falso? Le indagini sono in corso. Come i lavori.



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