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La sfida del Patriarca. Mose, politica, statuto speciale. «Non possiamo più aspettare»
Alberto Zorzi
Corriere del Veneto 24/12/2019

VENEZIA. Lo chiama il «convitato di pietra», addirittura «l’imputato». L’acqua alta ha invaso Venezia anche ieri mattina e il Patriarca Francesco Moraglia sul Mose non le manda a dire. «La politica dovrebbe dare un impulso a chi è stato messo alla guida dell’opera, se vuole può dare un’accelerata ai tecnici che sono chiamati a completarlo», dice Moraglia. La data prevista dal cronoprogramma ufficiale per la consegna è il 31 dicembre 2021, anche se il nuovo commissario sblocca-cantieri Elisabetta Spitz è stata chiamata per anticipare le chiusure di un anno, per casi eccezionali come quelli delle ultime settimane. E il Patriarca è d’accordo: «Fine 2021 è troppo tardi, avremo ancora due autunni e non sarà facile se saranno come gli ultimi due - continua - I veneziani chiedono che l’opera sia verificata, valutata e provata, anche in situazioni di emergenze per vedere se può tutelare la città e metterla in sicurezza».

Moraglia in queste ultime settimane, dopo i 187 centimetri di acqua alta del 12 novembre, è evidentemente «sceso in campo», parlando sempre più spesso di politica e temi cittadini. «Sono intervenuto con più forza perché se non prendiamo in mano la nostra città, rischiamo di condannarne il futuro - ammette - Fino a un certo momento si può intervenire, poi non si riuscirà più a recuperare la sua anima». Perché l’acqua alta danneggia i beni artistici di Venezia – «non solo i 4 milioni nella Basilica di San Marco, ma anche un milione e mezzo nelle altre 70 chiese allagate in queste settimane» – ma soprattutto i cittadini. «Stanno soffrendo, basti pensare alle immagini sui tg nazionali dei negozi sott’acqua, dietro ci sono delle famiglie», spiega. Venezia deve essere ripensata e per questo nei giorni scorsi ha lanciato per la prima volta il suo sostegno a uno «statuto speciale». «Venezia non è una semplice città d’arte come Firenze o Pisa, è unica - continua Moraglia - Gli abitanti sono un terzo rispetto a 50 anni fa, non ci sono più bambini, gli anziani sono bloccati ai piani alti. Non serve solo una legge che porti più soldi, non bisogna chiedere privilegi, ma uno strumento che impedisca che Venezia diventi una nuova Pompei». Il Patriarca osserva che ormai in ampie zone del centro storico non c’è più una vita cittadina. «Le scuole non devono chiudere, anche se magari ci sono pochi bambini, poi bisogna fare una politica sulla famiglia, facilitare gli inserimenti abitativi - aggiunge - Deve convenire vivere a Venezia».E qui appunto entra in campo la politica. «Ci devono essere dei fondamentali comuni, su cui non bisognerebbe fare polemiche pretestuose - spiega Moraglia - Poi ci sono diversi modi di realizzare, pensare, progettare il futuro della città e su questo si devono concentrare i programmi, che vanno realizzati senza cambiare casacca». Il Patriarca non fa nomi, ma i «contratti» in salsa romana non sembrano convincerlo. «Una volta si diceva “se non ti fidi di una persona qualsiasi contratto è inutile, così come lo è se ti fidi” - prosegue - Vedo che si parla molto di alleanze e contratti, ma poi ognuno va in ordine sparso, secondo quello che è più utile tatticamente».

I temi sul tavolo sono tanti: l’attesa della visita di Papa Francesco («l’abbiamo invitato due anni fa perché ci era stato detto che era cosa gradita, lo aspettiamo contenti di poterlo abbracciare»), il lavoro («il precariato a vita grida vendetta, non è possibile arrivare a 40 anni senza poter fare scelte personali, affettive, genitoriali perché non in grado di dare futuro a sé e agli altri»), le polemiche sulle mense a Venezia e Mestre («non vogliamo mandare i poveri in periferia, cerchiamo un luogo condiviso») e anche quelle su una sua possibile sostituzione con il cardinal Pietro Parolin: «Lo ringrazio, perché lui stesso ha smentito questa voce». E accetta anche di parlare di quel «Fra Tino» che per mesi a Venezia ha attaccato dei manifesti pesanti sullo stato della Chiesa veneziana. «Mi hanno molto ferito e addolorato, quella forma di anonimato è una chiara firma della levatura e del profilo morale del suo autore - conclude - Le osservazioni vanno fatte alle autorità preposte, non con regolamenti di conti. Abbiamo fatto le opportune denunce: ho fiducia nella magistratura, ma ancor di più in Dio».



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