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Firenze. Affreschi staccati: sono chilometri quadrati!
Giorgio Bonsanti
Il Giornale dell'Arte numero 403, dicembre 2019

Che cosa fare delle pitture murali asportate: ricollocarle o conservarle in deposito?


Un tempo lo stacco dei dipinti murali dalla parete era ritenuto il provvedimento migliore ai fini conservativi, anche se molti mettevano in guardia (già fin dai primi dellOttocento) dalla commerciabilità e dalle alienazioni rese possibili da quella soluzione. Le distruzioni della seconda guerra mondiale, nel timore di un futuro conflitto atomico, facevano sì che in molti propugnassero gli stacchi; Roberto Longhi sosteneva lo stacco preventivo dei grandi cicli di affreschi, a cominciare dalla Leggenda della Croce di Piero della Francesca ad Arezzo.

Altri, come il grande soprintendente fiorentino Ugo Procacci, erano convinti che laffresco avesse per sua natura una vita limitata, che Procacci valutava in cinquecento anni, dopodiché sarebbe collassato in mancanza dello stacco. Lalluvione di Firenze costrinse a estese campagne di stacchi eseguite di assoluta urgenza, e in quel caso si trattava davvero di salvare il possibile. Domanda: e dopo, di questi chilometri quadrati di affreschi staccati, cosa ne facciamo?

Impensabile ricollocarli da dove provenivano, così si giudicava, se proprio la loro ubicazione era allorigine del male; e allora affollavano i depositi, nellipotesi lungamente considerata della creazione di grandi musei di affreschi staccati (del resto ripetutamente esposti in mostre, in Italia e allestero). Qualche ricollocazione era stata tentata, ma sporadicamente. E qui non posso evitare di parlare in prima persona. Fra i compiti assegnatimi dal soprintendente Luciano Berti al mio ritorno a Firenze dopo cinque anni nella Soprintendenza di Modena (dove del resto avevo fatto ricollocare gli affreschi Fiordibelli di Niccolò dellAbate, a Reggio), fu la direzione dellUfficio Restauri, una struttura contabile-amministrativa.

Con le mie due collaboratrici, cui si aggiunse dopo un paio danni la storica dellarte Magnolia Scudieri, conducemmo dapprima una ricognizione dei depositi, e dopo detti avvio al progetto di ricollocazioni, che riguardava soprattutto gli affreschi staccati dai chiostri di chiese e conventi. Non fu una decisione presa a cuor leggero, né le conoscenze tecniche e le esperienze del 1980 erano quelle doggi.

Ma le considerazioni che svolsi erano più o meno queste: che i depositi non erano attrezzati e dunque il degrado continuava; che la mancata accessibilità degli affreschi, ammonticchiati uno sullaltro, ne impediva il controllo continuato; che non si intravedevano soluzioni diverse e accettabili; che unopera non fruita da nessuno perdeva senso e identità. Le ricollocazioni ebbero inizio (per prime, il Chiostro Verde di Santa Maria Novella e il Chiostro dei Voti alla SS. Annunziata); e proseguirono a opera delUfficio Restauri, alla fine diretto da Magnolia Scudieri, anche dopo che io ebbi lasciato la Soprintendenza per divenire soprintendente dellOpificio (1988).

Non mancarono posizioni contrarie. Cesare Brandi, non lultimo venuto, scrisse sul Corriere della Sera un articolo (1983) parlando di una sciagurata sistemazione; gli affreschi stavano allaperto a finire di farsi deteriorare. Propugnava comunque la chiusura del chiostro con vetrate; praticamente impossibili da realizzare su arcate con base di cinque metri, e non è affatto detto che il rimedio, alterando il microclima, non sarebbe stato peggiore del male. A significare quanto fosse partecipata la discussione, un articolo sulla questione (con al suo interno unintervista a me) uscì addirittura nel Wall Street Journal. Di questo e altri argomenti si è discusso in un recente convegno (24-25 ottobre) a Santa Maria Novella, grande chiesa-convento domenicana (ma oggi proprietà del Fec-Fondo Edifici di Culto del Ministero dellInterno), organizzato dallarchitetto Francesco Sgambelluri.

A chi mi domandasse se ancor oggi farei la stessa scelta, dovrei rispondere di sì; anche se è sempre più difficile mantenere fiducia nella reale possibilità di esercitare azioni di conservazione preventiva e manutenzione programmata, le due condizioni essenziali per completare il ciclo conservativo. Sarei sostenuto dallapprezzamento che la mia azione riscosse fra persone del mestiere, fra cui un critico attento come Bruno Zanardi; che su Il Giornale dellArte mi riconobbe di avere dieci anni prima indirizzato questa politica di ricollocazione di affreschi strappati, concludendo onore e merito a chi questo spinoso problema ha voluto accollarsi; non certo imperturbabilmente, come aveva scritto Brandi, bensì in mezzo a mille dubbi e incertezze. Ma alla fine decidendo come ho raccontato.

https://www.ilgiornaledellarte.com/articoli/affreschi-staccati-sono-chilometri-quadrati-/132412.html


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