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Quando Luca Giordano dipingeva per i d’Avalos. Era il tesoro dei principi
Natascia Festa
Corriere del Mezzogiorno - Campania 17/1/2020

Dal Prado al Louvre le opere commissionate dai nobili: ci sono anche lavori di Tiziano, de Ribera e Van Dyck

Di cosa parliamo quando parliamo dei d’Avalos. Da Tiziano Vecellio a Jusepe de Ribera, da Luca Giordano ad Anton van Dyck: i d’Avalos sono stati tra i più grandi committenti d’arte d’Europa. E le opere eseguite per loro da artisti di fulgida fama, dal Cinquecento in poi, sono oggi nei musei più importanti del mondo. Dal Prado, che conserva l’Allocuzione di Alfonso d’Avalos di Tiziano (1540-41) al Louvre, dov’è esposta L’Allegoria coniugale, sempre del Vecellio , databile intorno al 1528. Qui gli sposi della casata, travestiti da Marte e Venere, sono accompagnati da Cupido, da Vesta coronata di mirto e da Imeneo che porge un cesto di frutta e fiori (foto a destra). Dello stesso grande pittore è il ritratto di Alfonso d’Avalos acquistato nel 2003 dal Getty Museum di Los Angeles per 70 milioni di dollari. Ed è solo la punta dell’iceberg.

Nella triste cronaca contemporanea — lo sfratto del principe Andrea dal palazzo di via dei Mille passato nel possesso della Vasto, e quella degli arredi ancora in un deposito di Agnano — accendere la macchina del tempo ha un valore anche risarcitorio. Reperibile solo in antiquaria, il catalogo della mostra tenuta a Castel Sant’Elmo tra 1994 e 1995, intitolata I tesori dei d’Avalos è uno scrigno ricco di notizie, utile a fare il punto su un patrimonio sterminato.

La maggior parte rimasta a Napoli fu donata con legato testamentario da Alfonso d’Avalos al Museo Nazionale. Si trattava dell’imponente pinacoteca della residenza di famiglia. Contro questa decisione si appellarono gli eredi che dopo vent’anni persero la causa contro lo Stato.

A Pier Luigi Leone de Castris, coordinatore della mostra, si deve la ricostruzione di questo importante passaggio. «E soprattutto non si può trascurare — scrive nel suo intervento — come agli occhi dei responsabili e curatori del museo dovesse apparire la massa di oltre settecento pezzi di cui si componeva la raccolta, in gran parte censita nel 1862-1868 nel palazzo napoletano dal notaio Nicola Scotto di Santolo, e più tardi integrata da un’altra partita di quadri e cornici proveniente dall’amministrazione degli Abruzzi. C’erano i sette celebri grandiosi arazzi della Battaglia di Pavia ma anche un’ottantina di pezzi, strisce e frammenti di ricami provenienti da più ampie composizioni: c’erano circa cinquecento dipinti ma anche un centinaio di stampe, miniature e litografie, e ventisei reliquiari e altarini di cartone per la devozione privata».

Lo stato di conservazione non era affatto buono così «non c’è molto da stupirsi» dice de Castris se quasi tutto finì nei depositi. È solo all’alba del Novecento che inizia l’esposizione degli arazzi e di una parte delle opere mentre «...i dipinti considerati di “scarto” o “irrecuperabili” già negli inventari d’Avalos, restarono nei depositi del Museo Nazionale (e poi di Capodimonte), e nei depositi si mescolarono con gli “scarti” della collezione farnesiana e di quella borbonica fino a costituire un’immensa ed unica “riserva” di quadri non esposti».

«E le sorprese — scrive Nicola Spinosa — a lavoro di ricognizione ultimato, non sono mancate! Sorprese per le opere passate dal 1957 a Capodimonte, dove nell’ignoranza di molti, si conservano ancora i nuclei più prestigiosi dell’antica raccolta». Sarebbe interessante sapere oggi, dopo 25 anni da quella importante mostra, quale sia la collocazione dei tesori d’Avalos tra sale e cosiddetti «scarti» nei depositi.



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