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Museo della lingua italiana. «Sede aperta a tutti, per capire e imparare»
Giulio Gori
Corriere Fiorentino 22/1/2020

«Il Museo non deve essere per specialisti, ma per il grande pubblico. Dalle iscrizioni nelle catacombe si può arrivare alla televisione e del web». Così Nicoletta Maraschio, presidente onorario della Crusca, immagina il nuovo museo.

Maraschio (Crusca): raccontiamo il cambiamento, dalle catacombe al web

Nel vertice che si era tenuto al ministero dei Beni Culturali per parlare del futuro museo della lingua italiana, Nicoletta Maraschio, professoressa onoraria di storia della lingua all’Università di Firenze e presidente onoraria dell’Accademia della Crusca, ha avuto un ruolo fondamentale: nel confronto su dove sarebbe dovuto nascere la nuova istituzione si era fatta portavoce di Firenze e aveva sostenuto le ragioni per cui il capoluogo toscano meritasse di ospitarla. Così, l’annuncio di ieri del premier Giuseppe Conte «è per me un motivo di grande soddisfazione — dice la professoressa Maraschio — tanto più che non mi aspettavo che sarebbe arrivato così presto e in un’occasione tanto importante come l’inaugurazione dell’anno accademico».

Professoressa Maraschio, come si è arrivati alla scelta di Firenze?

«Il dibattito è stato molto ampio. C’erano colleghi romani che avevano già lavorato intensamente al progetto, c’era chi sosteneva che Milano fosse la nuova capitale della lingua, chi rivendicava il ruolo centrale della tv e del cinema e quindi Roma, chi si faceva fautore di un museo diffuso. Il mio punto di vista era che Firenze ha avuto per secoli il ruolo di capitale linguistica e ancora oggi ha un’altissima concentrazione di istituti culturali, non solo la Crusca, che ne fanno il luogo ideale per il museo della lingua».

Ma Firenze è ancora oggi la capitale della lingua italiana?

«Oggi in Italia non c’è una vera capitale della lingua perché, se per quanto riguarda la scrittura le regole sono chiare, nella pronuncia delle parole c’è una tolleranza che ammette oscillazioni legate alle variazioni regionali. Ma proprio perché una capitale oggi non c’è, non c’è nessuna città che abbia un ruolo guida per quel che riguarda la “norma” linguistica, almeno Firenze ha un indiscusso ruolo di guida nel passato».

A che cosa serve un museo della lingua italiana?

«Il museo è un’occasione di riflessione sulla storia, sulla cultura, sulla società. Del resto in tutto il mondo da alcuni anni si vedono nascere, sebbene fatti in modi diversi, dei musei sulla lingua. A Firenze, in particolare, si potranno esporre manoscritti, libri, quadri che testimonino anche l’importanza della città nella storia italiana, ma essere centro di collegamento con tutte le istituzioni culturali italiane. Per quel che riguarda il resto della Toscana penso all’Istituto di linguistica computazionale di Pisa, all’Università per stranieri di Siena…».

Non c’è il rischio che diventi un’istituzione tutta per specialisti?

«Al contrario, gli specialisti si parlano attraverso le pubblicazioni, le riviste. Il museo potrà essere invece una grande occasione didattica per le scuole, ma anche per il grande pubblico. Perché può partire dalle iscrizioni sulle catacombe per arrivare all’italiano della televisione e del web, può raccontare i cambiamenti più recenti, col passaggio dalle schede perforate agli smartphone. E, perché no, raccontare la straordinaria fortuna della nostra lingua all’estero; ma anche come abbiamo acquisito nel tempo francesismi, anglismi che hanno arricchito l’italiano».

In che modo si può mostrare tutto questo al pubblico?

«Oggi si può ricorrere a contenuti multimediali, per raccontare la fortuna dell’italiano, e di Firenze, nel mondo con le banche e i commerci medievali, per passare ai libretti d’opera celebri in tutto il mondo nell’Ottocento, per poi arrivare al Novecento col nostro cinema. Proprio quest’anno si celebra Fellini e, in una città che ospita un numero straordinario di Università americane, il museo potrebbe interessare moltissimi visitatori stranieri».

Un museo è anche un modo per difendere una lingua italiana che, oggi, più che arricchirsi, forse si impoverisce a causa degli anglismi?

«L’italiano cambia come tutte le lingue del mondo. È semmai importante far conoscere, far vedere questi cambiamenti, per averne consapevolezza. Certo, siamo di fronte a un eccesso di semplificazione della nostra lingua, ma ci sono due problemi molto più gravi: l’abbondanza degli stereotipi e la violenza verbale, che c’è sempre stata ma che ritengo inusitata nelle forme che ha raggiunto oggi. Per questo il museo sarà un’importante momento di riflessione, che parte dalla lingua, ma per parlare della nostra storia, della nostra cultura, della nostra società, del presente».

Il museo potrà essere anche un’occasione per riaffermare la centralità di Firenze e della Toscana sulla lingua italiana?

«Nella storia senz’altro. Il ruolo nei secoli di Firenze è indiscusso. Ma non oggi: anche se quasi più nessuno parla il dialetto in via esclusiva, non c’è Paese europeo in cui i dialetti siano tanto vivi quanto in Italia. Moltissimi lo usano nella quotidianità, a fianco dell’italiano. Per questo sarà importante nel museo dare spazio anche alle lingue regionali, alle lingue delle minoranze. Del resto, neppure in Toscana si parla tutti nello stesso modo: tra Firenze e Livorno, per esempio, le vocali — aperte o chiuse — si pronunciano in modo molto diverso».



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