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Capisco tutto lo sdegno per la frase di Toscani. Ma vietare la mostra, no
Gabriele Ferraris
Corriere della Sera - Torino 8/2/2020

Non so se avete seguito l’ultima minchiata di Olivero Toscani. Riassumo per chi giustamente non l’ha seguita. Con una premessa: a me non piace Olivero Toscani. Come fotografo lo considero banale (gusti miei) e non ho mai visitato una sua mostra; non perdo il mio tempo per vedere, pagando, le foto che guardo distrattamente sfogliando le riviste femminili nella sala d’aspetto del mio dentista.

E come essere umano non lo frequenterei. Non mi piacciono i buffalmacchi da bar che sparano stronzate a raffica per fare i fenomeni e scandalizzare gli amici; se poi le sparano in pubblico, sui social o davanti a un microfono, mi piacciono ancor meno.

Capita che Toscani, davanti a un microfono di Radio1, spara l’ennesima minchiata. Ma stavolta è troppo grossa. Non è una minchiata, è un insulto ai morti. O, peggio ancora, è una battuta da coglioni, e riuscita pure malissimo. Riferendosi alla tragedia del ponte Morandi, Toscani dice: «Ma chi se ne frega di un ponte che crolla». La riprovazione è unanime, e sulla testa del buffalmacco si scatena la meritata shitstorm di prammatica; al che lui, come qualsiasi leone da tastiera quando viene smascherato, piagnucola qualche scusa sperando di uscirne senza pagare dazio. Figurarsi. Stronzate simili non si cancellano con un «mi dispiace».

E fin qui la cronaca nazionale.

Veniamo a Pinerolo, che nella sciagura del Morandi ha perso quattro concittadini. Un’intera famiglia sterminata. L’indignazione in città contro Toscani è grande, e giustamente il sindaco stigmatizza l’ignobile trovata del buffalmacco da bar, ed esprime solidarietà ai parenti delle vittime e al sindaco di Genova. Poi il sindaco chiede formalmente che venga chiusa, per protesta, la mostra di Toscani in corso al Castello di Miradolo. E a lui si associa anche la sindaca di San Secondo, comune in cui si trova il Castello. Ma qui sorge un problema: la mostra è organizzata e pagata dalla Fondazione Cosso. Fondazione privata, finanziata da due benemerite mecenati, madre e figlia, proprietarie peraltro anche del Castello sede dell’esposizione. E le signore Cosso, pur esprimendo la loro riprovazione per la stronzata del buffalmacco, non ritengono giusto annullare la mostra.

Spiace dirlo, ma non posso dar loro torto. E spiego perché. La mostra non riceve soldi pubblici; e si tiene in una proprietà privata. Se avesse ricevuto un finanziamento dal Comune, il Comune potrebbe farselo restituire; se occupasse un edificio pubblico, potrebbe farla sloggiare. Ma la Fondazione Cosso non chiede soldi a nessuno. Dà, non prende. Ora: in un paese liberale ciascuno con i suoi soldi fa ciò che vuole, a condizione di non violare la legge. E nessuna legge vieta a un privato cittadino di organizzarsi in casa sua la mostra di chi meglio crede.

I giudizi morali giuridicamente non hanno valore. E quando si parla di arte (o ritenuta tale) sono pure pericolosi. Se si vietassero tutte le mostre dei pomposi sparaminchiate, resterebbero ben poche mostre di artisti contemporanei. E anche l’arte classica se la passerebbe maluccio. Come la mettiamo con Caravaggio, ad esempio, noto furfante e assassino? Bruciamo i suoi dipinti? Su questa china si scivola in fretta verso la categoria dell’«arte degenerata» che indignava Goebbels.

Comprendo lo sdegno popolare, ma anche l’individuo e il libero pensiero hanno qualche diritto, se è vero che il comunismo è morto. La dittatura della maggioranza — o della minoranza rumorosa — non è la democrazia. Certe pratiche io, personalmente, le lascerei volentieri ad altri cieli, ed altri regimi.

Cosa diversa è la coscienza personale. La mostra di Toscani è aperta, ma nessuno è obbligato a visitarla; non che le signore Cosso, persone ammodo e pacifiche, andrebbero a rastrellare Pinerolo casa per casa con i cani lupo per costringere i pinerolesi ad andare al Castello di Miradolo. La città può ben esprimere il proprio sdegno boicottando la mostra dello sparaminchiate seriale. E rispettare, nel caso con dignitosa disapprovazione, chi la mantiene aperta o la visita.



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